VERACINI: L’UMANISTA OLTRE IL VIRTUOSO

di Arianna Radaelli

Francesco Maria Veracini (nato a Firenze nel 1690 e ivi morto nel 1768) è passato alla storia come uno dei più grandi virtuosi del violino della sua generazione, suscitando sia ammirazione per il suo straordinario talento musicale, sia curiosità per il suo temperamento fiero e burrascoso. 

Del suo talento si racconta che avrebbe strabiliato Tartini, davanti al quale Veracini si esibì al violino con mirabile padronanza tecnica; del suo carattere intemperante fa fede un tentato suicidio, messo in atto gettandosi da una finestra del palazzo reale di Dresda, in seguito a un contrasto con alcuni colleghi. La sua biografia è ricca di accidenti inusuali, non ultimo un naufragio nella Manica occorso mentre tornava dall’Inghilterra, nel quale andarono perduti i suoi due violini Stainer. Non stupisce quindi che la sua fama sia fortemente legata a questo genere di episodi rocamboleschi, grazie ai quali si è consolidata nell’immaginario collettivo un’idea del personaggio forseintrigante, ma indubbiamente parziale.

Ritratto di Veracini presente nell’edizione delle Sonate accademiche op.2, Londra, 1744.

Un’attenta analisi dei suoi scritti rivela invece, dietro la facciata del virtuoso «capo pazzo», un letterato che incarna appieno quella complessa figura vitruviana che riecheggia ancora le conquiste in campo umanistico del Rinascimento.
Per tracciare un più completo e veritiero ritratto del Veracini, è dunque necessario consultare l’unico testo che ci ha lasciato, vale a dire il Trionfo della Pratica Musicale, un trattato di contrappunto e composizione giunto a noi in un manoscritto autografo, corredato di esempi musicali. La lettura di quest’opera restituisce, assieme al ritratto dettagliato di un intellettuale dalle conoscenze enciclopediche, anche uno spaccato dell’ambiente sociale e artistico in cui visse.

L’impressione di avere davanti un uomo di grande spessore culturale trova riscontro anche nelle notizie biografiche relative ai suoi studi: sappiamo infatti che la sua istruzione fu curata dal«musico dell’umana espressione» Giovanni Maria Casini, che ai suoi allievi di organo e contrappunto impartiva anche un’eccellente preparazione sulle discipline classiche e umanistiche. 

Questo patrimonio culturale, unito a una mente brillante e a uno spirito mordace, genera nel testo del Veracini – alias Marco Serafino Riccanave  – un coacervo di riferimenti aulici a compositori, poeti e filosofi, e una infinita serie di aneddoti mitologici, storici o di vita vissuta, indovinelli, giochi di parole eproverbi popolari.

Nel Trionfo, Veracini usa uno stile ridondante e dispersivo, che talvolta sembra sfociare in un puro sfoggio di erudizione: forse il nostro autore, membro devoto dell’Accademia degli Apatisti, si è lasciato un po’ prendere la mano dai vezzi letterari non infrequenti al suo tempo, trasformando il nobile intento di miscere utile dulciin uno sconclusionato saltare da un argomento all’altro. Ne consegue che spesso il contenuto dell’insegnamento musicale passa in secondo piano, oscurato dagli artifici narrativi impiegati. Probabilmente anche per questa prolissità e spesso oscurità del testo, il trattato non è stato mai pubblicato ed è rimasto materia di studio per pochi musicologi. 

Frontespizio del Trionfo della Pratica Musicale di Francesco Maria Veracini (p. XIX).

Tra un contrappunto e l’altro, per rendere ancora più avvincenti lesue lezioni, il Veracini non manca di introdurre dei commenti satirici, ed è proprio qui che si manifesta quello spirito toscano dalla lingua tagliente. La penna del verace violinista infligge duri colpi e tra le vittime troviamo addirittura l’arcinoto compositore Francesco Geminiani, celato sotto il dispregiativo anagramma «Sgranfione Miniacci», che aveva imprudentemente intitolato L’arte della Fuga il secondo movimento del primo dei suoi Concerti grossi op. 7: Veracini definisce questo brano «Fuga Mostruosa» e, battuta per battuta, ne demolisce la struttura contrappuntistica, per insegnare ai suoi lettori come non bisogna assolutamente comporre una fuga.

Accanto alle numerose critiche troviamo anche manifestazioni di stima nei confronti di illustri compositori del mondo musicale del passato e del suo tempo: in particolare emerge una speciale ammirazione per Arcangelo Corelli, che verosimilmente Veracini non conobbe mai di persona ma le cui composizioni studiò ed eseguì per tutta la vita. 

Dalle pagine di questo prezioso trattato appare dunque un nuovo volto di Veracini che si contrappone alla più nota immagine romantica del virtuoso; scopriamo un uomo quasi più legato alla tradizione musicale del passato che a quella del periodo galantenel quale è vissuto, e riconosciamo in lui uno degli ultimi esemplari di virtuoso-compositore di vasti interessi anche fuori dal dominio della musica, che hanno professato e praticato l’unione di tutte le arti in un unicum universale nella scia della tradizione rinascimentale.

NOTE E BIBLIOGRAFIA

Burney Charles, A General History of Music from the Earliest Ages to the Present Period, voll. 3-4, London, Payne, 1789.

Hiller Johann Adam, Lebensbeschreibungen berühmter Musikgelehrten und Tonkünstler neuerer Zeit, Leipzig, im Verlage der Dykischen Buchhandlung, 1784.

Veracini, Francesco Maria, Il trionfo della pratica musicale o sia Il maestro dell’arte scientifica, Biblioteca del Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze; Segnatura: 736; CF.86; D.IV.2360; f.I.28-29-29bis.

Veracini, Francesco Maria, Dissertazioni del Sig.r Francesco Veracini sopra l’Opera Quinta del Corelli.

Manoscritto: Museo Internazionale e Biblioteca della Musica di Bologna (collocazione: MS.MART.2.87) (collocazione precedente: KK.271).

D’Ovidio Antonella, Corelli e «l’angoscia dell’influenza»: declinazioni corelliane nelle sonate di Francesco Maria Veracini, a cura di G. Olivieri e M. Vanscheeuwijck, Arcomelo 2013, Studi nel terzo centenario della morte di Arcangelo Corelli (1653-1713), LIM, pp. 447-473.

Fabbri Mario, Giovanni Maria Casini: «Musico dell’umana espressione»: Contributo su documenti originali, «Studien zur Musikwissenschaft», 25 (1962), pp.135-159.

Fabbri Mario, Le acute censure di F.M.Veracini a «L’Arte della Fuga» di Francesco Geminiani, «Le celebrazioni del 1963 e alcune nuove indagini sulla musica italiana del XVIII e XIX secolo», Accademia Musicale Chigiana, Numeri unici per le «Settimane Musicali Senesi», 20 (1963), pp. 155-194.

Hill John Walter, Veracini in Italy, «Music & Letters», 56, no. 3/4 (1975), pp. 257-276.

Hill John Walter, The Life and Works of Francesco Maria Veracini, 2 voll., Ann Arbor, UMI Research Press, 1979.

Hill John Walter, Veracini, Francesco Maria, «The New Grove Dictionary of Music and Musicians», a cura di S. Sadie, 26, London, Macmillan Publishers Limited, 2001, pp. 420-422.

Naldo A. R. [Bonaventura Arnaldo], Un trattato inedito e ignoto di F.M.Veracini, «Rivista Musicale Italiana», 42, (1938), pp. 617-635.

Radaelli Arianna, «Il Trionfo della Pratica Musicale» di Francesco Maria Veracini, MA-Thesis, Schola Cantorum Basiliensis, 2019.

Smith Helen Margaret, F.M.Veracini’s «Il Trionfo della Pratica Musicale», Ann Arbor, UMI DissertationServices, 1963.

White Mary Gray, F. M. Veracini’s Dissertazioni sopra l’Opera quinta del Corelli, «The music review», 32 (1971), pp. 1-26.

White Mary gray, The Life of Francesco Maria Veracini, «Music & Letters», 53/1 (1972), pp. 18-35.

In evidenza

La scuola violinistica di Arcangelo Corelli

di Gabriele Pro

Sul finire del Seicento a Roma la produzione di musica strumentale si arricchisce della pubblicazione di raccolte corelliane che fin da subito manifestano un rinnovato atteggiamento organizzativo ed esecutivo caratterizzato fondamentalmente dalla contrapposizione e dalla collaborazione di elementi indipendenti ed eterogenei tali da stravolgere ‘l’originario assetto’, vissuto fino a quel momento e dando origine a maggiori effetti musicali di contrasti e di chiaroscuri.

Francesco Trevisani (attr.), Ritratto di Arcangelo Corelli, Castello di Charlottenburg, Berlino


Autore di questo cambiamento fu il compositore Arcangelo Corelli nato a Fusignano nel 1653, il quale si trasferì a Roma intorno ai vent’anni. Il suo primo evento pubblico nella città pontificia risale al 25 agosto 1675, quando suonò in occasione della festa di San Luigi dei Francesi. Da allora la sua attività continuò ininterrotta al servizio dei cardinali mecenati Benedetto Pamphilj e Pietro Ottoboni, divenendo subito un punto di riferimento per i musicisti italiani ed europei, e la sua opera fu ben presto un modello didattico grazie alla quale si formò una ‘scuola corelliana’ costituita dalla nuova generazione di violinisti. 
Il 1 gennaio 1700 Arcangelo Corelli pubblicò a Roma la raccolta dal titolo 12 Sonate a violino e violone o cimbalo, op.V, presentando una scrittura nobile ed espressiva, sostenuta dal contrappunto vigoroso, ricco di studiate dissonanze. Ciò che distingue l’opera V dalle precedenti raccolte solistiche per violino di altri autori è l’aver espresso con equilibrio l’aspetto virtuosistico di composizioni destinate all’esecuzione solistica, senza che questo prevaricasse uno stile che è stato definito dal musicologo Franco Piperno, “classicamente composto”. 

Frontespizio del Sonate op.I per violino e basso continuo di Giovanni Mossi

Romani e non, molti furono gli strumentisti che accorsero nella città eterna per apprendere i segreti e le tecniche di Corelli, dando un importante contributo all’enorme diffusione della nuova scuola violinistica romana non solo in Italia, ma anche in tutta Europa.
Fra coloro che preferirono rimanere in ambito romano si annoverano Antonio Maria Montanari e Giovanni Mossi, mentre altri, come Giovanni Stefano Castrucci e Pietro Carbonelli, preferirono trovare fortuna al di fuori della penisola. Questi ultimi infatti decisero di condurre la loro opera di musicisti e compositori a Londra, seguendo l’esempio di Georg Friedrich Händel che si stabilì nella capitale inglese nel 1712.
Il modenese Antonio Maria Montanari fu considerato come uno tra i più virtuosi strumentisti dell’epoca. Figura emblematica, è citato con il nome di “Antoniuccio”, e risulta partecipe in molti degli eventi musicali romani a partire dal 1699. Presente in molte liste di pagamento del cardinale Pamphilj, con lo pseudonimo il Modenese, prese parte anche alla prima esecuzione dell’oratorio La Resurrezione di G.F. Händel nel 1708.
In occasione dello stesso oratorio, partecipò anche Giovanni Mossi. Figlio d’arte, nacque a Roma nel 1680 e sicuramente apprese i primi rudimenti musicali dal padre Bartolomeo il quale lo introdusse nell’ambiente musicale cittadino. Il compositore collaborò strettamente proprio con Montanari e con il violoncellista Domenico Ghirlarducci, dando vita al “concertino” dell’orchestra al servizio delle produzioni musicali finanziate dal cardinale Ottoboni tra il 1733 e il 1737. Mossi, come Corelli, diede alle stampe sei raccolte musicali: una metà dedicate a sonate per violino e basso, invece tre rivolte ad un organico orchestrale più ampio. L’opera I di Mossi, le 12 Sonate a Violino e Violone, o Cimbalo, richiamano fortemente l’opera quinta corelliana. 

William Hogart, The enraged musician, possibile caricatura di Castrucci

Al di fuori degli ambienti musicali romani e italiani, sicuramente il luogo dove la scuola del maestro di Fusignano ebbe maggior influenza e successo fu l’Inghilterra e in particolare Londra, dove i violinisti e compositori Giovanni Stefano Carbonelli e Pietro Castrucci si affermarono con successo. Entrambi romani di nascita, le loro opere sono fortemente influenzate dallo stile di Corelli, sebbene non si abbia la certezza che Carbonelli sia stato direttamente suo allievo. Entrambi si spostarono nella capitale britannica tra la prima e la seconda decade del XVIII sec. e collaborarono in stretto rapporto con Georg Friedrich Händel.
Rileviamo l’attività di Giovanni Stefano Carbonelli a Londra sicuramente nel 1719 dove trovò un importante mecenate in John Manners III duca di Rutland, al quale dedicò la raccolta di 12 sonate per violino e basso continuo, opera pubblicata nel 1729 e unico suo lavoro sopravvissuto. Nel 1720 entrò come violinista nell’Academy of Music di Londra, mentre l’anno dopo fu scritturato come capo dell’orchestra all’Haymarket Theatre. Nel 1725 Carbonelli passò al Drury Lane Theatre ma in seguito abbandonò la sua attività musicale per diventare mercante di vini e fornitore della corona. 
Da ultimo, Pietro Castrucci si trasferì a Londra nel 1715 facendosi apprezzare come violinista, tanto che Georg Friedrich Händel lo volle come primo violino nella sua orchestra fino al 1737. Il violinista romano, grazie a questa esperienza, acquisì notorietà nell’ambiente musicale della Londra del tempo e, oltre all’attività concertistica e di compositore, si dedicò allo studio tecnico degli strumenti ad arco inventando uno strumento che chiamò ‘violetta marina’, utilizzato da Händel nella strumentazione di alcune sue opere.

Note e bibl.: Lorenzo Bianconi, Il Seicento, EDT, Torino, 1982; Massimo Privitera, Arcangelo Corelli, L’Epos, Palermo, 2000; Franco Piperno in Musiche nella storia: dall’età di Dante alla Grande Guerra, Carocci editore, Roma, 2017; Antonella D’Ovidio, Mossi, Giovanni, in Dizionario Bibliografico degli Italiani, Treccani; Michael Talbot, A successor of Corelli: Antonio Montanari and his sonatas, «Recercare», XVII 2005; Alessandra Ascarelli, Carbonelli, Giovanni Stefano, in Dizionario Bibliografico degli Italiani, Treccani; Maria Caraci, Castrucci, Pietro, in in Dizionario Bibliografico degli Italiani, Treccani.