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La scuola violinistica di Arcangelo Corelli

di Gabriele Pro

Sul finire del Seicento a Roma la produzione di musica strumentale si arricchisce della pubblicazione di raccolte corelliane che fin da subito manifestano un rinnovato atteggiamento organizzativo ed esecutivo caratterizzato fondamentalmente dalla contrapposizione e dalla collaborazione di elementi indipendenti ed eterogenei tali da stravolgere โ€˜lโ€™originario assettoโ€™, vissuto fino a quel momento e dando origine a maggiori effetti musicali di contrasti e di chiaroscuri.

Francesco Trevisani (attr.), Ritratto di Arcangelo Corelli, Castello di Charlottenburg, Berlino


Autore di questo cambiamento fu il compositore Arcangelo Corelli nato a Fusignano nel 1653, il quale si trasferรฌ a Roma intorno ai ventโ€™anni. Il suo primo evento pubblico nella cittร  pontificia risale al 25 agosto 1675, quando suonรฒ in occasione della festa di San Luigi dei Francesi. Da allora la sua attivitร  continuรฒ ininterrotta al servizio dei cardinali mecenati Benedetto Pamphilj e Pietro Ottoboni, divenendo subito un punto di riferimento per i musicisti italiani ed europei, e la sua opera fu ben presto un modello didattico grazie alla quale si formรฒ una โ€˜scuola corellianaโ€™ costituita dalla nuova generazione di violinisti. 
Il 1 gennaio 1700 Arcangelo Corelli pubblicรฒ a Roma la raccolta dal titolo 12 Sonate a violino e violone o cimbalo, op.V, presentando una scrittura nobile ed espressiva, sostenuta dal contrappunto vigoroso, ricco di studiate dissonanze. Ciรฒ che distingue lโ€™opera V dalle precedenti raccolte solistiche per violino di altri autori รจ lโ€™aver espresso con equilibrio lโ€™aspetto virtuosistico di composizioni destinate allโ€™esecuzione solistica, senza che questo prevaricasse uno stile che รจ stato definito dal musicologo Franco Piperno, โ€œclassicamente compostoโ€. 

Frontespizio del Sonate op.I per violino e basso continuo di Giovanni Mossi

Romani e non, molti furono gli strumentisti che accorsero nella cittร  eterna per apprendere i segreti e le tecniche di Corelli, dando un importante contributo allโ€™enorme diffusione della nuova scuola violinistica romana non solo in Italia, ma anche in tutta Europa.
Fra coloro che preferirono rimanere in ambito romano si annoverano Antonio Maria Montanari e Giovanni Mossi, mentre altri, come Giovanni Stefano Castrucci e Pietro Carbonelli, preferirono trovare fortuna al di fuori della penisola. Questi ultimi infatti decisero di condurre la loro opera di musicisti e compositori a Londra, seguendo lโ€™esempio di Georg Friedrich Hรคndel che si stabilรฌ nella capitale inglese nel 1712.
Il modenese Antonio Maria Montanari fu considerato come uno tra i piรน virtuosi strumentisti dellโ€™epoca. Figura emblematica, รจ citato con il nome di โ€œAntoniuccioโ€, e risulta partecipe in molti degli eventi musicali romani a partire dal 1699. Presente in molte liste di pagamento del cardinale Pamphilj, con lo pseudonimo il Modenese, prese parte anche alla prima esecuzione dellโ€™oratorio La Resurrezione di G.F. Hรคndel nel 1708.
In occasione dello stesso oratorio, partecipรฒ anche Giovanni Mossi. Figlio dโ€™arte, nacque a Roma nel 1680 e sicuramente apprese i primi rudimenti musicali dal padre Bartolomeo il quale lo introdusse nellโ€™ambiente musicale cittadino. Il compositore collaborรฒ strettamente proprio con Montanari e con il violoncellista Domenico Ghirlarducci, dando vita al โ€œconcertinoโ€ dellโ€™orchestra al servizio delle produzioni musicali finanziate dal cardinale Ottoboni tra il 1733 e il 1737. Mossi, come Corelli, diede alle stampe sei raccolte musicali: una metร  dedicate a sonate per violino e basso, invece tre rivolte ad un organico orchestrale piรน ampio. Lโ€™opera I di Mossi, le 12 Sonate a Violino e Violone, o Cimbalo, richiamano fortemente lโ€™opera quinta corelliana. 

William Hogart, The enraged musician, possibile caricatura di Castrucci

Al di fuori degli ambienti musicali romani e italiani, sicuramente il luogo dove la scuola del maestro di Fusignano ebbe maggior influenza e successo fu lโ€™Inghilterra e in particolare Londra, dove i violinisti e compositori Giovanni Stefano Carbonelli e Pietro Castrucci si affermarono con successo. Entrambi romani di nascita, le loro opere sono fortemente influenzate dallo stile di Corelli, sebbene non si abbia la certezza che Carbonelli sia stato direttamente suo allievo. Entrambi si spostarono nella capitale britannica tra la prima e la seconda decade del XVIII sec. e collaborarono in stretto rapporto con Georg Friedrich Hรคndel.
Rileviamo lโ€™attivitร  di Giovanni Stefano Carbonelli a Londra sicuramente nel 1719 dove trovรฒ un importante mecenate in John Manners III duca di Rutland, al quale dedicรฒ la raccolta di 12 sonate per violino e basso continuo, opera pubblicata nel 1729 e unico suo lavoro sopravvissuto. Nel 1720 entrรฒ come violinista nellโ€™Academy of Music di Londra, mentre lโ€™anno dopo fu scritturato come capo dell’orchestra all’Haymarket Theatre. Nel 1725 Carbonelli passรฒ al Drury Lane Theatre ma in seguito abbandonรฒ la sua attivitร  musicale per diventare mercante di vini e fornitore della corona. 
Da ultimo, Pietro Castrucci si trasferรฌ a Londra nel 1715 facendosi apprezzare come violinista, tanto che Georg Friedrich Hรคndel lo volle come primo violino nella sua orchestra fino al 1737. Il violinista romano, grazie a questa esperienza, acquisรฌ notorietร  nellโ€™ambiente musicale della Londra del tempo e, oltre allโ€™attivitร  concertistica e di compositore, si dedicรฒ allo studio tecnico degli strumenti ad arco inventando uno strumento che chiamรฒ โ€˜violetta marinaโ€™, utilizzato da Hรคndel nella strumentazione di alcune sue opere.

Note e bibl.: Lorenzo Bianconi, Il Seicento, EDT, Torino, 1982; Massimo Privitera, Arcangelo Corelli, Lโ€™Epos, Palermo, 2000; Franco Piperno in Musiche nella storia: dallโ€™etร  di Dante alla Grande Guerra, Carocci editore, Roma, 2017; Antonella Dโ€™Ovidio, Mossi, Giovanni, in Dizionario Bibliografico degli Italiani, Treccani; Michael Talbot, A successor of Corelli: Antonio Montanari and his sonatas, ยซRecercareยป, XVII 2005; Alessandra Ascarelli, Carbonelli, Giovanni Stefano, in Dizionario Bibliografico degli Italiani, Treccani; Maria Caraci, Castrucci, Pietro, in in Dizionario Bibliografico degli Italiani, Treccani.

Le danze tra suoni e apparati effimeri al tempo di Margherita dโ€™Austria

di Valentina Panzanaro

In etร  moderna, il ballo italiano si configura come il risultato di un complesso processo di integrazione tra diverse tradizioni spettacolari locali e le strategie di rappresentazione del potere adottate dagli stati che, allโ€™epoca, godevano di un prestigio sia a livello nazionale che internazionale. In particolare, si annoverano tra questi i ducati di Mantova, di Ferrara, il Granducato di Firenze, nonchรฉ territori di importanza strategica come Milano sotto dominazione spagnola.

Nel corso del tardo Cinquecento, la partecipazione alle manifestazioni festive da parte di dame e gentiluomini si configurรฒ come un comportamento ormai radicato e formalizzato, strettamente regolamentato dallโ€™etichetta cortigiana. Tale adesione, ormai consolidata, assunse il ruolo di strumento privilegiato per la riaffermazione dellโ€™appartenenza allโ€™รฉlite sociale e rappresentรฒ altresรฌ un atto di devozione nei confronti del sovrano, contribuendo a rafforzare i legami di fedeltร  e di prestigio allโ€™interno della cerchia cortigiana. In modo distinto, il โ€˜ballo delle dameโ€™ si affermรฒ quale espressione di un genere di spettacolo cortigiano elevato dalla presenza della principessa locale, conferendo allโ€™evento un carattere di nobiltร  e di prestigio. Nel tempo si intensificรฒ la partecipazione dei sovrani ai balli, instaurando un costume che investรฌ le piรน importanti capitali culturali europee, trasformandosi in un complesso di eventi spettacolari finalizzati a esaltare la magnanimitร , lโ€™erudizione e la supremazia del principe. Esempi emblematici di tale fenomeno sono rappresentati da Vincenzo Gonzaga e suo figlio Francesco, i quali presero parte, al โ€˜Ballo delle ingrateโ€™ (1608) di Claudio Monteverdi, sottolineando cosรฌ il ruolo centrale della regalitร  nel panorama delle manifestazioni di corte.

Il ballo di corte si caratterizzรฒ per la partecipazione di esecutori dilettanti, tra cui nobili, diplomatici, prelati, scudieri e paggi, i quali erano chiamati a condividere e a testimoniare lo spettacolo di potere, contribuendo cosรฌ al rafforzamento delle dinamiche di prestigio e di coesione sociale proprie delle รฉlite cortigiane. La pianificazione e lโ€™organizzazione degli eventi spettacolari erano affidate a membri dellโ€™aristocrazia di elevato rango, i quali si occupavano di reclutare gli interpreti, di stabilire il calendario delle prove, di commissionare i costumi e le scenografie, nonchรฉ di mantenere informato il committente circa lโ€™andamento dei preparativi, assicurando cosรฌ la coerenza e la riuscita delle manifestazioni danzanti. In alcuni casi si evidenziarono situazioni di particolare eccezionalitร , come nel caso del nobile Emilio deโ€™ Cavalieri, il quale non solo ricoprรฌ il ruolo di organizzatore degli eventi, ma si distinse altresรฌ come compositore di musiche e coreografo di balli, assumendo cosรฌ una funzione poliedrica e di grande rilievo allโ€™interno della produzione teatrale e spettacolare dellโ€™epoca.

Il ballo cortigiano si configurรฒ come una prerogativa distintiva delle manifestazioni spettacolari che caratterizzarono la cittร  di Milano sotto il dominio spagnolo tra il Cinque e il Seicento. Sfilate e danze di quadriglie, eseguite da nobili dame e cavalieri in maschera, rientravano nelle celebrazioni organizzate per solennizzare le entrate di principi o per rendere omaggio al passaggio di vittoriosi condottieri dellโ€™Impero asburgico. A testimonianza di tali eventi e delle relative esibizioni danzanti, si avvalsero di documentazione anche le opere del maestro di ballo Cesare Negri, detto il โ€˜Tromboneโ€™, un nome scherzoso dato a colui “che ama suonare la tromba”. Danzatore e coreografo italiano attivo nella corte di Milano in questo periodo, Cesare Negri fondรฒ un’accademia di danza nel 1554, ideando il ballo dato in onore di Margherita d’Austria- Stiria nel salone di Palazzo Reale. Cesare Negri scrisse Le Grazie d’Amore (1602), trattato sulla teoria del balletto che esponeva il principio delle cinque posizioni di base per danzare. Nel 1604 lโ€™opera fu ripubblicata con il titolo di Nuove inventioni di balli. Nel suo trattato descrive anche lโ€™ingresso in Milano di don Giovanni dโ€™Austria avvenuto il 26 giugno 1574. In suo onore fu organizzato lโ€™evento che Cesare Negri finanziรฒ personalmente che prevedeva una mascherata realizzata nel corso di Porta Romana, durante la quale quattro personaggi vestiti da re e altrettanti da regine danzarono un brando, mentre quattro uomini, vestiti da selvaggi, eseguirono un ยซabbattimento con bastoni e scudiยป, e altrettanti nani parteciparono a una mattaccinata. La sfilata si concluse con la partecipazione di ottantadue personaggi, impegnati nuovamente in un brando corale, sottolineando cosรฌ lโ€™importanza e la spettacolaritร  di tali manifestazioni cortigiane.

Anche nella cittร  dellโ€™Aquila nel tardo Cinquecento, in quella che viene definita lโ€™etร  margaritiana, si istaura unโ€™intensa relazione culturale con la figlia di Carlo V, Margherita dโ€™Austria, permettendo agli aquilani di sviluppare un ambizioso programma identitario, caratterizzato da eventi e spettacoli tesi a legittimare proprio la figura della duchessa governatrice in cittร . Durante i suoi soggiorni, Margherita dimostrรฒ unโ€™attiva propensione a coinvolgere letterati, uomini di cultura e artisti, con lโ€™obiettivo di trasformare la cittร  in un crocevia internazionale di politica e diplomazia. Questa strategia si tradusse nellโ€™organizzazione di numerosi eventi di rilevanza pubblica, svolti allโ€™interno dei palazzi cittadini, finalizzati a promuovere la visibilitร  e il prestigio della cittร  stessa nel contesto internazionale.

Tra gli eventi documentati, i festeggiamenti per accogliere don Giovanni dโ€™Austria, fratellastro di madama Margherita dโ€™Austria, rappresentano unโ€™occasione unica per manifestare magnificenza. Organizzato con apparati festosi con grandi onori, lโ€™evento รจ raccontato nel Breve trattato del capitano Francesco De Marchi …, stampato a Lโ€™Aquila nel 1576, offrendo uno spaccato di vita cortigiana intorno allโ€™evento ricco di balli e movenze in un clima festoso di allegria vissuto dalla nobiltร  aquilana. Fu la stessa Margherita che volle ยซche si ballasse alcune sere con le dame sue & con alcune altre signore & con gentildonne che invitรฒ ร  tale affettoยป. Don Giovanni dโ€™Austria fu lโ€™ospite dโ€™onore di vari ricevimenti in cui mostrรฒ una certa predilezione per il ballo; infatti, ยซfu visto danzare diversi balli ad uso di varie nationi & tra gli altri far la gagliarda con tanta leggiadria, che non vi era nรฉ uomo nรฉ donna che non restasse invaghitoยป. Il passaggio significativo della cronaca รจ la citazione della gagliarda, una danza molto in voga al tempo che lo stesso Cesare Negri descrive come ยซDei cinque passi, passetti, รจ salti, capriole, รจ girate di diverse sorti, mutanze et altro movimenti che intervengono nel uso del ballar la gagliardaยป.

Numerosi sono gli indizi che ci permettono di capire la circolaritร  delle danze al tempo e lโ€™importanza della socialitร  che rivestiva che questa forma dโ€™arte in movimento, che permetteva di stabilire relazioni tra gli astanti e di vivere in un clima di cordialitร  nelle corti.

Il trattato, come pure le cronache del tardo Cinquecento, rappresenta una cartina al tornasole di un clima culturale aquilano in continuo mutamento, vuoi per nuove situazioni politiche vuoi per una maggiore mobilitร  sociale.

Bibliografia

Fonti:

  • Mascherata in onore di don Giovanni dโ€™Austria, Milano 1574.
  • Breve trattato del Capitan Francesco De Marchi gentiluomo dellโ€™altezza di Madama, [โ€ฆ], Lโ€™Aquila, 1576.
  • Cesare Negri, Le gratie dโ€™Amore, Milano, 1602.
  • Cesare negri, Nuove inventioni di balli, Milano, 1604.

Studi:

  • Luca Pezzuto, Apparati effimeri, emblematica e arte al tempo di margherita dโ€™Austria. Aquila 1569-1586, in Reti dโ€™Europa. Margherita dโ€™Austria tra confini e modernitร , a cura di Silvia Mantini, Roma-Bari, Laterza, 2024.
  • Maurizio Padovan, Il Cinquecento, in Storia della danza italiana dalle origini ai giorni nostri, a cura di Josรฉ Sasportes, Torino, EDT, 201, pp. 34-68.
  • Francesco Zimei, Scene di vita musicale alla corte aquilana di Margherita dโ€™Austria, in Il palazzo di Margherita dโ€™Austria allโ€™Aquila, Pescara, Carsa, 2010.

I provenzali nelle corti italiane tra XII e XIII sec.

di Gabriele Pro

La presenza di materiale musicale appartenente al mondo lirico trobadorico ci รจ pervenuto soltanto grazie alla testimonianza di pochi testi manoscritti. Complessivamente infatti, di ben 927 poesie che sono arrivate ai giorni nostri, solamente 262 riportano una melodia. Come giร  Agostino Ziino affermรฒ diversi anni fa in un suo saggio, il motivo di ciรฒ puรฒ essere ricondotto al fatto che lโ€™amanuense, o colui che disponeva il rigo musicale, era a conoscenza che determinate melodie fossero note ai piรน in quanto trasmesse ancora oralmente, oppure vi fossero giร  testimonianze scritte in circolazione riportanti anche le relative melodie e intonazioni musicali.[1] Per quanto riguarda la tradizione musicale dei provenzali che decisero di spostarsi in Italia, sicuramente tra le testimonianze pervenuteci, il manoscritto G conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano ci restituisce quella che poteva essere lโ€™attivitร  di questi presso le corti italiane, a partire da quelle dellโ€™Italia settentrionale, fino a quella di Federico II in Sicilia. La tipologia di comunitร  nella quale infatti bisogna collocare lโ€™opera di questi autori sicuramente ricade a pieno titolo in quella che esalta i valori di una societร  cortese. Pochi versi di Raimbaut de Vaquieras ne esemplificano i tratti salienti:

                  En vostra cort renhon tug benestar:

                  dar e dompney, belh vestir, gent armar,

                  trompas e joc e viulas e chantar[2]

Il trovatore con queste poche parole dร  una perfetta esemplificazione della societร  cortese per eccellenza in cui essi andavano ad inserirsi, in particolare qui elogiando la vita presso la corte del Monferrato, nella persona del marchese Bonifacio I. I livelli di significato possono avere qui diverse connotazioni: in primo luogo vi รจ la lode del signore, il quale rende grande la propria corte con le proprie elargizioni e con al sua attivitร  di mecenate, azioni proprie di un governante colto e giusto. In secondo luogo gli omaggi alle dame, ai vestiti eleganti e alle belle armature, simboli delle feste di corte e delle campagne militari. Tutto accompagnato dai momenti di svago, quali potevano essere i tornei o le giostre, dal suono delle trombe e delle vielle.[3] รˆ doveroso soffermarsi un istante a parlare di questo strumento, la viella, il quale rappresentava il principale mezzo di accompagnamento per i trovatori nelle loro performance. Come si รจ giร  accennato, non abbiamo la fortuna di partecipare a quella esperienza auditiva di parole e suoni, qual era la prestazione artistica dei trovatori; possiamo risalire nella maggior parte dei casi alle parole, in maniera minore alle melodie, ma purtroppo le modalitร  esecutive rimarranno a noi inaccessibili, eccetto testimonianze o descrizioni di carattere generale sulle caratteristiche vocali e performative di determinati autori presenti nelle loro vidas. La viella, appunto, era lo strumento per eccellenza tramite il quale il giullare, e chiaramente un trovatore, si accompagnava. Probabilmente questo รจ dovuto dalle caratteristiche dello strumento, il quale, presentando una forma a fianchi curvati, si annovera tra gli antenati delle viole e dei violini moderni. Tramite le iconografie e le miniature pervenuteci possiamo andare ad individuare quattro, o nella maggior parte dei casi cinque corde, messe in risonanza tramite un archetto. Queste potevano essere suonate sia singolarmente sia suonate due a due in modo tale che una svolgesse la funzione di bordone dโ€™accompagnamento (nota fissa) e sullโ€™altra si eseguisse la melodia vera e propria. Sicuramente anche altri strumenti, quali potevano essere il liuto o lโ€™arpa, si utilizzavano per il medesimo scopo, ma le molteplici e numerose testimonianze iconografiche a noi in possesso rappresentano il poeta insieme a questo strumento ad arco nella maggior parte dei casi. 

Perdigon che si accompagna con la sua viella

Johannes de Grocheo successivamente scrisse cosรฌ nel suo trattato Ars Musicae:

Fra tutti gli strumenti a corde che abbiamo visto, la viella sembra meritare il primo posto. Poichรฉ, come lโ€™anima intellettiva include implicitamente entro di sรฉ tutte le altre forme di abilitร , e come il tetragono racchiude il triangolo e il numero maggiore il minore, cosรฌ la viella racchiude virtualmente entro di sรฉ tutti gli altri strumenti. Puรฒ essere che alcuni di questi commuovano lโ€™animo dellโ€™uomo con suono piรน austero, come il tamburo e la tromba nelle feste, nelle giostre e nei tornei, ma nella viella tutte le forme musicali si distinguono con maggior precisioneโ€ฆ Un buon artefice suona sulla viella ogni cantus e ogni cantilena, e ogni forma musicale in genere.

Tornando quindi alla presenza dei provenzali nelle corti italiane, in primo luogo va ricordata la giร  citata corte di Monferrato, con la reggenza del marchese Bonifacio I, corte in cui si sono avvicendati diversi trovatori, appartenenti alla prima generazione, tra cui Raimbaut de Vaquieras e Piere Vidal. Successivamente, centro vitale per lโ€™attivitร  poetica fu la corte dei Malaspina, signori della Lunigiana. Qui collochiamo lโ€™attivitร  principale di Peire Raimon, il quale รจ al centro della vita cortese della corte ligure. Attraverso la sua vida riusciamo a ricavare notizie importanti riguardo alle sue doti di poeta ed esecutore. Attraverso i suoi testi, inoltre, si puรฒ notare come siano frequenti i riferimenti alla melodia, importante elemento che va a costituire una singola opera. Esso stesso, in un testo dedicato a Guglielmo Malaspina, Plus vey parer la flor el glay, sottolinea come lโ€™intonazione musicale possa recare gioia allโ€™ascoltatore, possa essere facile, quindi non presentando difficoltร  interpretative, e al tempo stesso di alto grado stilistico. Questo procedimento trova conferma in un altro trovatore presente alla corte dei Malaspina, Albert de Sisteron, il quale, in conclusione di una sua canzone, rivolgendosi allโ€™esecutore si raccomanda:[4]

                        Peirol, violatz e chantatz cointamen 

                        de ma chanzon los motz e l son leugier.[5]

Prendendo in analisi solo due tra molte esperienze di societร  cortese che si stavano via via diffondendo nelle corti dellโ€™Italia settentrionale, si รจ potuto quindi constatare che la presenza della musica, unita alla versificazione, risultava per gli autori di queste liriche elemento fondante per la loro prestazione artistica. 


[1] A. ZIINO, Caratteri e significato della tradizione musicale trobadorica, in: Lyrique romane mรฉdiรฉvale: La tradition des chansonniers, Liรจge, U. de Liรจge; 1991; pp. 85 โ€“ 218.

[2] [Nella vostra corte regnano tutte le buone costumanze: / munificenza e omaggio alle dame, vestiti eleganti, belle armature, / trombe e divertimenti e vielle e cantare] traduzione di F. Alberto Gallo.

[3] F.A. GALLO, Musica nel castello: Trovatori, libri, oratori nelle corti italiane dal XIII al XV secolo, Bologna, il Mulino, 1992.

[4] Ibidem

[5] [Con una melodia gaia, facile e pregevole / faccio un discordo leggero e buono, / piacevole da cantare / e su bel tema] traduzione di F. Alberto Gallo

Una nuova orchestra per un nuovo genere

Impiego e funzioni drammatiche degli archi nellโ€™opera veneziana del โ€˜600

di Gabriele Pro

Fin dagli esordi la nascita dellโ€™opera a Venezia, si legรฒ imprescindibilmente alla produzione di musica strumentale, la quale aveva trovato giร  da circa un trentennio terreno fertile in ambito veneto con la presenza di personalitร  musicali di spicco quali Dario Castello, Giovanni Battista Fontana e Biagio Marini, rappresentanti di quella che si puรฒ definire lโ€™รฉlite strumentale del tempo.

Lโ€™elemento orchestrale, e piรน in particolare la componente degli archi, divennero infatti, una peculiaritร  dellโ€™opera commerciale veneziana del XVII sec. Non ci si puรฒ esimere perรฒ dallโ€™affrontare questa questione senza tenere conto di un precedente importantissimo per la storia dellโ€™orchestrazione dellโ€™opera: lโ€™Orfeo di Claudio Monteverdi. Scritto su libretto di Alessandro Striggio e messo in scena per la prima volta nel 1607 nel Palazzo Ducale di Mantova, prevedeva un considerevole organico strumentale indicato dal compositore stesso nella successiva stampa del 1609, nella quale, oltre ad essere indicati i personaggi del dramma, sono elencati gli strumenti che dovevano essere utilizzati, un unicum per lโ€™opera del Seicento.

Particolare della prima edizione dellโ€™Orfeo: Venezia, Ricciardo Amadino, 1609

Lโ€™organico strumentale delle opere veneziane seicentesche รจ molto ridotto rispetto allโ€™Orfeo monteverdiano; questo requisito era soprattutto il riflesso delle condizioni economiche in cui agiva il teatro musicale dellโ€™epoca. Difatti la formazione orchestrale di cui poteva disporre il compositore era fortemente condizionata dalla disponibilitร  economica, ma anche per le opere rappresentate a Venezia nel Seicento, gli strumenti da utilizzare non sono mai esplicitati da parte del compositore, ma sicuramente a partire dai primi drammi in musica, oltre agli strumenti di basso continuo, essenziali per lโ€™accompagnamento delle voci, e dello svolgimento drammatico dellโ€™opera, si registrava la presenza di strumenti ad arco (violini, viole da braccio, violoncello e violone). Questi ultimi, almeno per la prima parte dello svilupparsi dellโ€™opera veneziana, erano impiegati solitamente in sinfonie introduttive o conclusive e nei ritornelli alle arie. 

Il teatro musicale a Venezia, rispetto alle precedenti esperienze fiorentine e romane, nasce quindi, con delle precise peculiaritร  che ne influenzeranno anche gli aspetti compositivi e drammatici. La caratteristica di essere uno spettacolo che prevedeva un pubblico pagante, portava con sรฉ la creazione di tutto un apparato che produrrร  la nascita di figure professionali con compiti manageriali, come quella dellโ€™impresario, e musicali come quelle degli orchestrali e dei cantati. Lo sviluppo del melodramma e dellโ€™uso drammatico degli archi, risentirร  in maniera determinate dellโ€™azione compositiva di Francesco Cavalli, e della sua collaborazione con Giovanni Faustini suo impresario e librettista dal 1642 al 1651. La continua richiesta di nuove produzioni, che in quegli anni si registrava, li spinse a โ€œpredisporre una serie di convenzioni musicali e drammaturgicheโ€ che si rifletterono anche sulla composizione musicale e sul ruolo dellโ€™orchestra.

Francesco Cavalli

Se si esamina una delle prime opere messe in scena a Venezia nel Seicento, sicuramente riscontreremo un utilizzo degli archi non cosรฌ ampio: questi erano infatti impiegati in un primo momento, soltanto in momenti introduttivi o conclusivi di un dramma o in particolari singoli atti, sotto forma di sinfonie. Se invece si dร  uno sguardo alle singole arie, noteremo come il loro intervento sia inserito solo per poche battute tra una strofa e unโ€™altra, per creare varietร  nel susseguirsi di queste, oppure alla fine dellโ€™aria stessa per permettere al cantante di uscire di scena e dare modo al successivo personaggio di subentrare senza soluzione di continuitร .

In considerazione di ciรฒ, si puรฒ riscontrare come la scrittura orchestrale in queste opere era solitamente concepita a 4 o a 5 parti, per le sinfonie, caratterizzate, nella maggior parte dei casi, da un andamento moderato e cadenzato, proprio perchรฉ esse assolvevano al compito di introdurre o concludere un atto. Solitamente, invece, per i ritornelli strumentali presenti nelle arie, si era formalizzata una scrittura prevalentemente a 3 parti, perchรฉ in questo caso la scrittura aveva bisogno di avere piรน fluiditร  e agilitร , e con una durata limitata rispetto a quella delle sinfonie.

Oltre ai luoghi deputati alla sola scrittura orchestrale, รจ significativo lโ€™uso degli archi per evidenziare situazioni, affetti oppure per dare risalto a determinati significati testuali.

Le arie nellโ€™opera del Seicento avevano assunto dei nomi specifici a seconda di caratteristiche ben precise relativamente e ai testi, alla struttura formale e agli affetti che si voleva fossero espressi. Si possono segnalare fra le diverse tipologie di arie, quelle in cui gli archi assumevano un ruolo significativo per la loro caratterizzazione. In primo luogo possiamo trovare la cosiddetta aria di tromba la quale si รจ standardizzata nel corso degli anni Quaranta del Seicento, ma che aveva origini risalenti al secolo precedente in relazione allo stile concitato usato da Monteverdi nei suoi madrigali, e che consoliderร  la sua forma piรน completa nel secolo successivo.

Soltanto negli anni Settanta del secolo troviamo nelle orchestre la presenza della tromba vera e propria, perchรฉ lโ€™imitazione di questa, fino a quel momento, era affidata agli archi, i quali erano piรน in sintonia con il gusto del pubblico dellโ€™epoca. Gli affetti espressi tramite questo stile non soltanto caratterizzavano solamente arie di vendetta o di guerra, ma anche momenti di grandi emozioni, di gioia e di avvenimenti celebrativi. In secondo luogo possiamo trovare il lamento, nel qual si puรฒ rilevare un utilizzo degli strumenti ad arco per richiamare particolari momenti onirici e visionari. Lโ€™uso degli archi nellโ€™accompagnamento dei lamenti non รจ perรฒ una novitร  dellโ€™opera veneziana. Federico Follino, infatti, nel suo Compendio delle sontuose feste fatte lโ€™anno 1608 nella cittร  di Mantoua, realizzate per le reali nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia, tra le numerose informazioni, riferisce dellโ€™esecuzione del Lamento di Arianna accompagnato da โ€œviole et violiniโ€. 

Per concludere, lโ€™aspetto economico peserร  quindi in maniera considerevole soprattutto nei confronti della compagine orchestrale e nella presenza dei cori che invece erano stati un elemento importante nellโ€™opera a corte. Nondimeno la presenza dellโ€™orchestra, e piรน in particolare degli archi, รจ un elemento al quale i compositori non rinunciarono, seppur il numero degli elementi fosse ridotto al minimo, proprio per assolvere alla loro funzione drammatica allโ€™interno delle opere.

CARROZZO, MARIO – CIMAGALLI, CRISTINA Storia della Musica Occidentale, Armando, Roma, 1997
CHIARELLI ,ALESSANDRA – POMPILIO, ANGELO ยซOr vaghi or fieriยป. Cenni di poetica nei libretti veneziani, (1640-1740), Clueb, Padova, 2004
FABBRI, PAOLO Diffusione dellโ€™opera in Musica in scena: Storia dello spettacolo musicale, a cura di Alberto Basso, vol I, Torino, UTET, 1995 vol I, cap. V, pp. 122-123
FUBINI, ENRICO Forma-sonata e melodramma in Enciclopedia della Musica, La musica europea dal gregoriano a Bach diretta da Jean – Jacques Nattiez con la collaborazione di M. Bent, R. Dalmonte e M. Baroni, Milano, Il Sole 24 Ore, Einaudi, 2006 p. 683
ROSAND, ELLEN Gli esordi del teatro pubblico a Venezia: dal teatro di corte ai teatri dโ€™opera a pagamento in Enciclopedia della Musica, La musica europea dal gregoriano a Bach diretta da Jean – Jacques Nattiez con la collaborazione di M. Bent, R. Dalmonte e M. Baroni, Milano, Il Sole 24 Ore, Einaudi, 2006 pp. 408 – 409
ROSAND, ELLEN Lโ€™opera a Venezia nel VII secolo, la nascita di un genere, Storia e Letteratura, Roma, 2013, p. 247

La polifonia vocale sacra a Roma: il mottetto

di Alessandro Lemmo

Sviluppatosi in un lunghissimo arco di tempo che va dal XII secolo fino ad oggi, il mottetto costituisce una forma musicale polifonica prevalentemente vocale che conosce il periodo di massimo splendore nel Cinquecento, soprattutto nellโ€™ambito di quella che รจ chiamata la scuola romana, per distinguerla da quella veneziana, piรน incline al madrigale profano. Divenuto composizione autonoma durante il periodo dellโ€™ars nova, nel Quattrocento il mottetto diviene, insieme alla messa, la principale composizione polifonica, un genere che permetteva notevole libertร  ritmica, sfoggio di capacitร  contrappuntistiche del compositore, forma che, nel Cinquecento assisterร  ad una semplificazione del contrappunto e ad una maggiore aderenza al significato del testo. รˆ il secolo in cui il genere conosce la sua diffusione in ambito liturgico se รจ vero che nei secoli precedenti rischiรฒ di essere bandito dalla pratica liturgica a causa della troppa indipendenza delle parti, ognuna delle quali risultava compiuta in se stessa, e allโ€™utilizzo molto spesso di un testo poetico diverso dal contesto liturgico per cui veniva utilizzato: poca era lโ€™attenzione destinata al testo sacro da musicare, il quale restava sommerso e non comprensibile nellโ€™intreccio vocale polifonico.

Nel Cinquecento, Roma svolse un ruolo fondamentale come centro propulsore della polifonia, in particolare sacra, grazie alle numerose cappelle musicali presenti sul territorio. Lโ€™istituzione piรน alta era ovviamente la cappella musicale personale del papa, cosiddetta Sistina dal nome del papa che la riorganizzรฒ nel 1471, Sisto IV. Insieme a questa, anche le cappelle delle tre basiliche maggiori, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Pietro in Vaticano, svolgono un ruolo importante di fioritura della scuola romana.

In questo clima musicale, il ruolo del mottetto allโ€™interno del panorama liturgico, tuttavia, non sempre รจ stato chiaro. รˆ sรฌ un componimento polifonico su testo sacro ma che alle volte veniva utilizzato anche in occasioni extra liturgiche. Una testimonianza contenuta nei diari della Cappella Sistina riporta lโ€™esecuzione di un mottetto, Illumina oculos meos, in una circostanza non chiara e non specificatamente liturgica. Altri riferimenti descrivono lโ€™esecuzione di mottetti dopo la refezione del papa, pratica questa, di cantare al termine dei pasti, di cui si puรฒ trovare testimonianza almeno fino al 1518. Queste testimonianze in parte sottolineano il fatto che il mottetto era soggetto il piรน delle volte alla decisione e al volere del signore.

Tiziano, Ritratto di Papa Sisto IV

Dal punto di vista prettamente liturgico, il mottetto era utilizzato prevalentemente durante la Messa. Le cronache dei Diarii sistini di Casimiri riportano lโ€™esecuzione, nel 1555, di mottetti durante lโ€™Offertorio, momento della liturgia cattolica in cui vengono presentati e preparati il pane e il vino sullโ€™altare per il sacrificio eucaristico: ยซnos cantavimus in loco ofertorij unum motetum, et quando Corpus domini levabatur cantavimusRex benigneยป. In questa citazione si fa riferimento anche ad un altro momento in cui erano eseguite le composizioni: lโ€™Elevazione delle specie eucaristiche consacrate. Altro luogo era la parte finale della messa; nel settembre del 1559, si legge che i cantori intonarono un mottetto dopo il saluto finale del celebrante, lโ€™ite missa est. Nel 1549 fu eseguito un mottetto, O sacrum Convivium, ยซdi poi la messaยป, al termine della celebrazione, su indicazione del maestro di cappella. Su questo componimento, Jungmann nota che il testo era tradizionalmente intonato nel momento di silenzio dopo la comunione.

รˆ interessante notare che questi esempi collocano i mottetti durante la celebrazione eucaristica; la loro esecuzione non viene collegata alla celebrazione dellโ€™Ufficio in cui si utilizzava una musica diversa, probabilmente salmi alternati e inni in falsobordone.

G.P. da Palestrina, Osculetur me osculo – libro parte di tenor

Si possono notare due cose in seguito a queste testimonianze: sebbene esse collocano lโ€™esecuzione dei mottetti in alcune parti della messa, non รจ da escludere il loro utilizzo in altri momenti della celebrazione, quali potevano essere lโ€™introito o altro momento adatto. Oltre a questo, รจ da sottolineare la libertร  che caratterizza lโ€™uso del testo nella composizione, la quale non sempre era legata al momento in cui veniva eseguita: testi tratti prevalentemente dalla Sacra Scrittura, dai Vangeli, Salmi e da melodie gregoriane giร  esistenti erano messi insieme secondo il processo della centonizzazione, cioรจ prendere frammenti di testo da varie fonti per comporre cosรฌ un singolo brano, in concordanza retorica e significante, pratica questa molto florida fino al Concilio. La conseguenza di questo procedimento รจ che un singolo mottetto, con testo composto in questo modo, poteva essere utilizzato per diverse situazioni liturgiche.

Fontiย eย bibliografia:ย CASIMIRIย R.,ย Iย diariย sistini:ย iย primiย 25 anni (1535-1559),ย Edizioni Psalterium, Roma 1939;ย CUMMINGSย A. M.,ย Toward an Interpretation of the Sixteenth-Century Motetย inย Journal of the American Musicological Society, vol. 34 no. 1, University of California Press 1981, 43-59;ย FREYย H. W.,ย Dasย Diariumย derย sixtinischenSรคngerkapelleย in Romย fรผrย dasย Jahrย 1594ย inย Studienย zurย italienisch-deutschenMusikgeschichte, IX, Analectaย Musicologicaย 14, Colonia 1974, 445-505;ย JUNGMANNย J. A.,ย The Mass of the Roman Rite, 2ย voll.,ย Benzigerย Brothers, New York 1950;ย PIRROTTA N.,ย Music and Cultural Tendencies in 15th-Century Italyย inย Journal of the American Musicological Society, vol. 19 no. 2, University of California Press 1966, 127-161;ย WRIGHT C.,ย Performance Practices at the Cathedral of Cambraiย in The Musical Quarterly, vol. 64, no. 3, Oxford University Press 1978, 295-328.

Approfondimento di lettura:

R.ย SHERR,ย The Papal Choir during the Pontificates of Julius II toย Sixtusย V (1503-1590):ย anย Institutional History and Biographical Dictionary,ย Fondazione Giovanniย Pierluigiย da Palestrina, Palestrina 2016.

Istantanee di vita quotidiana: il Tacuinum Sanitatis

di Maria Antonietta Cignitti

Lโ€™approccio alla prassi esecutiva della musica antica, ed in particolar modo a quella medievale, fa nascere nel musicista moderno numerosi interrogativi relativi ai modi e ai tempi in cui lโ€™attivitร  musicale era realizzata al di fuori dalle occasioni ufficiali e cerimoniali documentate dalle cronache del tempo. La via da percorrere per recuperare questo tipo di informazioni deve necessariamente rivolgersi a fonti svariate tra cui opere letterarie, storiografiche ed iconografiche. Utile alla riflessione sulla prassi musicale nella sua accezione quotidiana รจ il Tacuinum sanitatis, un trattato medico risalente allโ€™XI secolo realizzato a Baghdad dal medico e letterato Abu al-แธคasan al-MukhtarIbn Buแนญlan.

Tacuinum Sanitatis, sec. XIV

Il titolo originale Taqwim al sihha Taqwฤซm, cioรจ Almanacco della salute, si riferisce al contenuto del testo che verte sui consigli del medico al lettore cadenzati sul calendario e le stagioni. I suggerimenti impartiti riguardano non solo la salute, il nutrimento, l’umore ma sono anche corredati da indicazioni pratiche per condurre e mantenere una condotta di vita sana.

Il trattato, in seguito, fu tradotto in latino diffondendosi rapidamente in Europa tanto da essere realizzate diverse copie corredate da miniature o disegni atte ad illustrare il soggetto e la materia cui la regola, espressa in calce al  foglio, era riferita.

Le immagini che decorano i Tacuina li rendono una vera e propria enciclopedia illustrata della vita medievale attraverso la raffigurazione particolarmente vivace di ambienti, scene di lavoro, di vita domestica, di piante e animali. I soggetti ricorrenti nelle illustrazioni sono: il medico in cattedra da solo e con un seguito di studenti, disegni per lโ€™identificazione delle piante, degli animali, illustrazioni dedicate alle stagioni, al clima. Altre raffigurazioni sottolineano lโ€™importanza del movimento del corpo e rappresentano i differenti stati dโ€™animo. Tra le numerose scene che catturano momenti di vita quotidiana non possono mancare quelle relative alla vendita di beni alimentari quali: cereali, legumi, frutta secca, latticini, sale, pane, carne, olii, dolci, sostanze aromatiche, sciroppi, candele, vestiti, solo per citarne alcuni. Il fine ultimo di tali raffigurazioni รจ quello esplicitamente didattico ed inoltre quello di rendere lโ€™argomento trattato chiaro e comprensibile al lettore.

Tra i codici piรน riccamente illustrati si annovera il manoscritto n. 4182 intitolato Theatrum sanitatisrealizzato nella seconda metร  del XIV secolo, e conservato nella Biblioteca Casanatense di Roma.Tra le molte tavole di questo trattato vi compare la musica come elemento di grande importanza per la salute, in quanto capace di procurare un benessere spirituale

Lโ€™introduzione alla tavola dice infatti: La musica รจ uno strumento utile per conservare la salute o per restituirla una volta che รจ stata perduta nei confronti delle diverse nature delle costituzioni degli uomini. La musica, secondo il trattato, puรฒ presentarsi in tre forme: ยซcantusยป, ยซorganare cantum vel sonareยป, ยซsonare et saltareยป, vale a dire cantare, suonare gli strumenti, danzare al suono degli strumenti. Un esemplare illustrato del Tacuinum fu realizzato probabilmente per Verdi Visconti (1352 โ€“ 1414) figlia di Bernabรฒ come regalo di nozze con Leopoldo dโ€™Austria nel 1365.Le immagini che sono state realizzate per questa edizione sono quelle del ยซcantusยป e ยซorganare cantum vel pulsareยป.

Tacuinum Sanitatis, sec. XIV

Tra le raffigurazioni presenti ce ne sono alcune che piรน delle altre non solo illustrano differenti situazioni musicali, ma ci restituiscono quadretti di vita vissuta, come fossero istantanee catturate con prontezza dallโ€™artista. Una figura mostra due fanciulli che guidati dal maestro si esibiscono probabilmente per un sovrano; unโ€™altra immagine ritrae tre musicisti che in un giardino suonano un organo portativo, una viella e una ciaramella o una bombarda, strumenti questi che si ritrovano menzionati nelle numerose scene musicali presenti nella letteratura novellistica del Trecento. Evocativa di un momento di svago e di convivialitร  in ambito privato รจ la miniatura in cui sono rappresentate tre fanciulle e una bambina che al suono di una ciaramella e di una cornamusa eseguono un ballo tondo. 

In unโ€™altra copia del Tacuinum, sempre legata allโ€™ambiente lombardo, il canto รจ rappresentato sia con riferimento alla musica liturgica con la raffigurazione di due fanciulli e due chierici che cantano sopra un libro notato posto sul leggio, ma anche profana con la raffigurazione di un cantante affiancato ai lati rispettivamente da due musicisti: uno suona un organo portativo e lโ€™altro una viella, raffigurazione di un ensemble che appare decisamente coerente con lโ€™esecuzione delle ballate trecentesche. Unโ€™altra immagine mostra invece due uomini e una donna che al suono di una ciaramella e di una cornamusa che sembrano eseguire una danza. Queste scene rappresentano cosรฌ lโ€™espressione di un mondo reale, la manifestazione di una pratica autentica e possono metterci in contatto con una realtร  concreta che puรฒ sfuggire ad un approccio esclusivamente teorico della musica medievale.

Fonti e bibl.: F. Alberto Gallo, Musica nel Castello. Trovatori, libri nelle corti italiane dal XIII al XV secolo, Bologna, Il Mulino,1992

http://www.treccani.it/enciclopedia/tacuinum-sanitatis_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/

VERACINI: Lโ€™UMANISTA OLTRE IL VIRTUOSO

di Arianna Radaelli

Francesco Mariaย Veraciniย (natoย a Firenzeย nel 1690 eย iviย morto nel 1768)ย รจ passato alla storiaย come uno dei piรน grandi virtuosiย delย violino dellaย sua generazione, suscitandoย siaย ammirazioneย per il suo straordinario talento musicale,ย sia curiositร  perย ilย suoย temperamentoย fiero eย burrascoso.ย 

Del suo talento si raccontaย cheย avrebbe strabiliatoย Tartini, davanti al qualeย Veraciniย si esibรฌ al violino con mirabileย padronanza tecnica;ย del suo carattere intemperante fa fede un tentato suicidio, messo in atto gettandosi daย una finestra del palazzo reale di Dresda, in seguito a un contrasto con alcuniย colleghi.ย La sua biografia รจ ricca di accidenti inusuali,ย non ultimoย un naufragio nella Manica occorso mentre tornava dallโ€™Inghilterra, nel quale andarono perduti i suoi due violiniย Stainer. Non stupisceย quindiย che la sua fama siaย fortementeย legata a questo genere diย episodi rocamboleschi,ย grazie ai quali si รจ consolidata nellโ€™immaginario collettivoย unโ€™idea del personaggioย forseintrigante,ย maย indubbiamenteย parziale.

Ritratto diย Veraciniย presente nellโ€™edizione delleย Sonate accademiche op.2, Londra, 1744.

Unโ€™attenta analisi dei suoi scrittiย rivelaย invece, dietro la facciata del virtuoso ยซcapo pazzoยป,ย unย letteratoย che incarna appieno quella complessa figura vitruvianaย cheย riecheggiaย ancoraย leย conquisteย in campo umanisticoย del Rinascimento.
Perย tracciareย un piรนย completo e veritieroย ritratto delย Veracini, รจย dunqueย necessarioย consultare lโ€™unico testo che ciย haย lasciato, vale a direย ilย Trionfo della Pratica Musicale, un trattato di contrappunto e composizioneย giunto a noi in un manoscritto autografo, corredato di esempi musicali. La lettura di questโ€™opera restituisce, assieme al ritratto dettagliato di unย intellettualeย dalle conoscenzeย enciclopediche,ย ancheย unoย spaccato dellโ€™ambiente sociale eย artisticoย in cui visse.

Lโ€™impressione di avere davanti un uomo di grande spessore culturale trova riscontro anche nelle notizie biografiche relative ai suoi studi: sappiamo infatti che la sua istruzione fu curata dalยซmusico dellโ€™umana espressioneยป Giovanni Maria Casini, che ai suoi allievi di organo e contrappunto impartiva anche unโ€™eccellente preparazione sulle discipline classiche e umanistiche. 

Questo patrimonio culturale, unito a una mente brillante e a uno spirito mordace, generaย nelย testoย delย Veraciniย โ€“ย aliasย Marco Serafinoย Riccanaveย ย โ€“ย un coacervoย di riferimentiย auliciย a compositori, poeti e filosofi, eย unaย infinitaย serie di aneddoti mitologici, storici o di vita vissuta, indovinelli, giochi di paroleย eproverbiย popolari.

Nelย Trionfo,ย Veraciniย usa uno stileย ridondante e dispersivo,ย che talvolta sembra sfociareย in un puro sfoggio di erudizione: forseย il nostro autore,ย membroย devotoย dellโ€™Accademia degli Apatisti,ย si รจ lasciato un poโ€™ย prendereย la manoย dai vezziย letterariย non infrequenti al suo tempo,ย trasformandoย il nobile intento diย miscereย utileย dulciin unoย sconclusionatoย saltare da un argomento allโ€™altro.ย Neย consegueย che spesso il contenuto dellโ€™insegnamento musicale passa in secondo piano,ย oscurato dagliย artificiย narrativiย impiegati.ย Probabilmenteย ancheย per questa prolissitร ย eย spesso oscuritร  del testo,ย il trattato nonย รจ statoย mai pubblicato ed รจ rimastoย materia di studioย perย pochi musicologi.ย 

Frontespizio delย Trionfo della Pratica Musicaleย di Francesco Mariaย Veraciniย (p. XIX).

Tra un contrappunto e lโ€™altro,ย per rendereย ancoraย piรน avvincenti lesueย lezioni,ย ilย Veraciniย non mancaย di introdurreย deiย commenti satirici,ย edย รจ proprio qui che si manifestaย quello spirito toscanoย dalla lingua tagliente.ย Laย pennaย del verace violinistaย infliggeย duri colpi e tra le vittimeย troviamo addiritturaย lโ€™arcinoto compositore Francescoย Geminiani,ย celatoย sotto ilย dispregiativo anagrammaย ยซSgranfioneย Miniacciยป,ย cheย avevaย imprudentementeย intitolato Lโ€™arte della Fugaย ilย secondo movimento del primo dei suoiย Concerti grossiย op. 7:ย Veraciniย definisceย questo branoย ยซFuga Mostruosaยป e, battuta per battuta,ย ne demolisce la struttura contrappuntistica,ย per insegnare ai suoi lettoriย come non bisogna assolutamente comporre una fuga.

Accantoย alleย numeroseย critiche troviamoย ancheย manifestazioni di stima nei confronti di illustri compositori delย mondoย musicale del passato e del suo tempo: in particolare emerge una speciale ammirazione perย Arcangeloย Corelli,ย cheย verosimilmenteย Veracini non conobbe maiย di personaย ma le cui composizioni studiรฒ ed eseguรฌ per tutta la vita.ย 

Dalle pagine diย questo prezioso trattatoย appareย dunqueย un nuovo volto diย Veraciniย cheย si contrappone alla piรน nota immagine romantica del virtuoso;ย scopriamoย un uomoย quasiย piรน legato alla tradizioneย musicale delย passatoย che aย quella delย periodoย galantenel quale รจ vissuto, e riconosciamo in luiย uno degli ultimi esemplari di virtuoso-compositoreย di vasti interessi anche fuori dal dominio della musica,ย cheย hannoย professato e praticato lโ€™unione di tutte le arti in unย unicumย universaleย nella scia della tradizione rinascimentale.

NOTE E BIBLIOGRAFIA

Burney Charles, A General History of Music from the Earliest Ages to the Present Period, voll. 3-4, London, Payne, 1789.

Hiller Johann Adam, Lebensbeschreibungen berรผhmter Musikgelehrten und Tonkรผnstler neuerer Zeit, Leipzig, im Verlage der Dykischen Buchhandlung, 1784.

Veracini, Francesco Maria, Il trionfo della pratica musicale o sia Il maestro dell’arte scientifica, Biblioteca del Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze; Segnatura: 736; CF.86; D.IV.2360; f.I.28-29-29bis.

Veracini, Francesco Maria, Dissertazioni del Sig.r Francesco Veracini sopra l’Opera Quinta del Corelli.

Manoscritto: Museo Internazionale e Biblioteca della Musica di Bologna (collocazione: MS.MART.2.87) (collocazione precedente: KK.271).

Dโ€™Ovidio Antonella, Corelli e ยซlโ€™angoscia dellโ€™influenzaยป: declinazioni corelliane nelle sonate di Francesco Maria Veracini, a cura di G. Olivieri e M. Vanscheeuwijck, Arcomelo 2013, Studi nel terzo centenario della morte di Arcangelo Corelli (1653-1713), LIM, pp. 447-473.

Fabbri Mario, Giovanni Maria Casini: ยซMusico dell’umana espressioneยป: Contributo su documenti originali, ยซStudien zur Musikwissenschaftยป, 25 (1962), pp.135-159.

Fabbri Mario, Le acute censure di F.โ€ŠM.โ€ŠVeracini a ยซLโ€™Arte della Fugaยป di Francesco Geminiani, ยซLe celebrazioni del 1963 e alcune nuove indagini sulla musica italiana del XVIII e XIX secoloยป, Accademia Musicale Chigiana, Numeri unici per le ยซSettimane Musicali Senesiยป, 20 (1963), pp. 155-194.

Hill John Walter, Veracini in Italy, ยซMusic & Lettersยป, 56, no. 3/4 (1975), pp. 257-276.

Hill John Walter, The Life and Works of Francesco Maria Veracini, 2 voll., Ann Arbor, UMI Research Press, 1979.

Hill John Walter, Veracini, Francesco Maria, ยซThe New Grove Dictionary of Music and Musiciansยป, a cura di S. Sadie, 26, London, Macmillan Publishers Limited, 2001, pp. 420-422.

Naldo A.โ€ŠR. [Bonaventura Arnaldo], Un trattato inedito e ignoto di F.โ€ŠM.โ€ŠVeracini, ยซRivista Musicale Italianaยป, 42, (1938), pp. 617-635.

Radaelli Arianna, ยซIl Trionfo della Pratica Musicaleยป di Francesco Maria Veracini, MA-Thesis, Schola Cantorum Basiliensis, 2019.

Smith Helen Margaret, F.โ€ŠM.โ€ŠVeraciniโ€™s ยซIl Trionfo della Pratica Musicaleยป, Ann Arbor, UMI DissertationServices, 1963.

White Mary Gray, F. M. Veraciniโ€™s Dissertazioni sopra lโ€™Opera quinta del Corelli, ยซThe music reviewยป, 32 (1971), pp. 1-26.

White Mary gray, The Life of Francesco Maria Veracini, ยซMusic & Lettersยป, 53/1 (1972), pp. 18-35.

Marazzoli e la cantata solistica di pieno Seicento

di Matteo Straffi

Uno dei percorsi obbligati della storiografia musicale insegnata dai manuali riguarda i generi emergenti nel โ€œnuovoโ€ periodo barocco. La novitร  di questa era musicale, che per comoditร  faremo iniziare nel 1600 (data convenzionale della nascita del melodramma, Lโ€™Euridice di Rinuccini โ€“ Peri), รจ racchiusa nella pratica dellโ€™accompagnamento strumentale di brani vocali solistici. Risulta impossibile non imbattersi in termini come basso continuomonodiarecitar cantando; tutti sinonimi che indicano in modo specifico una neonata corrente musicale che ha messo al centro di tutta la sua retorica la parola e i moti dellโ€™animo (i cosiddetti affetti) che ne scaturiscono. Le conseguenze di questa scoperta confluiscono tutte nella prima opera in musica modernamente intesa, la celeberrima Favola dโ€™Orfeo di Claudio Monteverdi, messa in scena per la prima volta a Mantova nel febbraio 1607. 

โ€‹Poche pagine piรน avanti, sfogliando il nostro immaginario manuale, inizierebbero a comparire altri neologismi tipici del barocco: oratorio e cantata. Tuttavia, per comprendere meglio il significato di queste due parole, occorre lasciare Mantova e partire alla volta di Roma, una delle capitali europee piรน importanti e culturalmente attive del XVII secolo. Qui, nei primi ventโ€™anni del periodo, si consolidano, tra le altre, queste due forme musicali; la prima in seno agli ambienti legati allโ€™opera di evangelizzazione dei padri filippini (san Filippo Neri aveva fondato nella seconda metร  del Cinquecento la congregazione dellโ€™Oratorio, presso la chiesa di Santa Maria in Vallicella), la seconda invece come genere di svago per lโ€™รฉlite altamente raffinata delle nobili famiglie del patriziato. Semplificando, lโ€™Oratorio รจ un teatro senza gesto, senza scena, ma conserva la struttura formale di unโ€™opera in musica. Lโ€™argomento รจ di tipo devozionale, ad esempio la vita di un santo oppure un racconto ispirato a una vicenda biblica. La cantata รจ una composizione da camera di carattere quasi esclusivamente profano, pensata per un ambiente raccolto e un pubblico limitato. I generi differiscono anche per la quantitร  delle forze impiegate: gli oratori prevedevano formazioni strumentali e vocali piรน ampie, mentre le cantate erano per lo piรน composte per voce sola o piccoli insiemi, con lโ€™accompagnamento di un clavicembalo o di altri strumenti armonici (come la tiorba, un sorta di liuto di grandi dimensioni).

Marco Marazzoli

โ€‹E cosรฌ, negli anni Venti del Seicento, un Marco Marazzoli poco piรน che ventenne giunse nella cittร  Eterna al seguito del famoso cardinale e mecenate Ippolito Aldobrandini. Ai suoi occhi, venendo da Parma, Roma dovette sembrare una metropoli vasta e intricatissima, brulicante di vita ed eccezionalmente fervida dal punto di vista musicale. Come affermerร  lui stesso in etร  piรน avanzata, ยซtutti gli uomini di questo mondo cercano di mandar a Roma i sogetti per farli imparare, perchรฉ qua รจ la scolaยป. Sui primi anni della sua vita e sulla prima formazione musicale sappiamo ben poco, ma รจ certo che dal 1626 si trovava a Roma e aveva giร  assunto gli ordini sacri. 

โ€‹Per tutta la vita Marazzoli rimase legato agli ambienti cardinalizi, arrivando persino a ricoprire importanti cariche vicine al Pontefice. Giร  poco tempo dopo il suo arrivo, entrรฒ a far parte dellโ€™entourage di un altro potente notabile della Curia romana, il cardinale Antonio Barberini il giovane, nipote di Urbano VIII; la nuova posizione privilegiata gli fruttรฒ non poche commissioni, specialmente di musica per le scene. Ad esempio, il primo importante lavoro teatrale รจ Chi soffre speri o lโ€™Egisto (1637), su libretto del celebre cardinale Giulio Rospigliosi, futuro papa Clemente IX. Di qui in poi la carriera di Marazzoli sarร  costellata di molti successi: comporrร  ben dodici oratori, in latino e italiano, una decina di opere teatrali, composizioni di vario genere e ben quattrocento cantate. 

Celebrazioni a Palazzo Barberini nel 1656

La particolare attenzione a questโ€™ultimo genere รจ probabilmente dovuta, almeno in parte, a una mutata condizione dello scacchiere politico romano degli anni dopo il 1645; a Urbano VIII era succeduto Innocenzo x, al secolo Benedetto Pamphilj, esponente della principale famiglia rivale dei Barberini. Cosรฌ questโ€™ultimi, costretti a ritirarsi in Francia per evitare ritorsioni, lasciarono il povero Marco โ€“ di ritorno dal suo fortunatissimo viaggio alla corte di Luigi XIV โ€“ senza alcun protettore. Non potendo piรน occuparsi di musica teatrale (fino al 1653), ripiegรฒ sul genere โ€œcommercialeโ€ di punta, la cantata. Come detto in precedenza, si trattava di composizioni da camera, la cui struttura si basava sullโ€™alternanza di recitativi e arie: porzioni di testo declamate con una semplice e scarna intonazione musicale e brani chiusi di carattere strofico, cantabili e adatti a mettere in luce le abilitร  dellโ€™esecutore. Un repertorio che circolava pressochรฉ interamente in forma manoscritta e aveva di solito vita molto breve: lโ€™incessante richiesta di nuovo materiale da parte dellโ€™aristocrazia alimentava un mercato musicale fiorente, nel quale operavano, oltre a Marazzoli, altri grandi compositori come Giacomo Carissimi e Antonio Cesti. Ma la cantata non aveva solamente la funzione di intrattenere gli ospiti di un potente signore; essa costituiva un efficace mezzo per elargire donativi ed omaggi a importanti alleati politici, soprattutto fuori Roma. รˆ curioso constatare come lโ€™Urbe ne fosse la principale esportatrice, mentre il processo inverso non fosse contemplato. Ancora, costituiva un ottimo spunto per intavolare discussioni e riflessioni collettive, in virtรน dei testi di carattere spesso morale e didascalico. Importantissimo e ricorrente il tema della vanitas, la vanitร  del tutto, tema al centro del dibattito morale dellโ€™epoca. 

Infine, costituivano il materiale musicale sul quale i grandi cantanti venivano preparati ad affrontare la professione, prima di essere spediti nei teatri e nelle corti di tutta Europa. 
La straordinaria prolificitร  della penna di Marazzoli potrebbe da sola bastare a innalzarlo come uno dei piรน importanti compositori della sua epoca. Purtroppo perรฒ la sua fortuna storiografica si รจ esaurita piuttosto in fretta, tanto che oggi non molti testi ne fanno menzione. Resta perรฒ il patrimonio delle musiche che ci sono giunte, per buona sorte, in forma quasi completa. 

รˆ possibile reperirle gratuitamente sul il sito della Biblioteca Apostolica Vaticana, fondo Chigi, presso il quale sono custodite.

Note e bibl: Pier Maria Capponi, Lโ€™educazione di una virtuosa nel secolo xv11. Dalle corrispondenze inedite di Marco Marazzoli, ยซLo spettatore musicaleยป, 111/4-5, 1968; Pier Maria Capponi, Marazzoli Marco, e Rospigliosi Giulio, in Enciclopedia dello spettacolo, 11 voll., a cura di S. Dโ€™Amico, Roma, Le Maschere, 1954-1968, v11 (1960), coll. 88-90; v111 (1961), coll. 1213-1215; Pier Maria Capponi, Marazzoli Marco, e Rospigliosi Giulio, in Enciclopedia dello spettacolo, 11 voll., a cura di S. Dโ€™Amico, Roma, Le Maschere, 1954-1968, v11 (1960), coll. 88-90; v111 (1961), coll. 1213-1215; Davide Daolmi, ยซLโ€™armi e gli amoriยป. Unโ€™opera di cappa e spada nella Roma di mezzo seicento, tesi dottorale in Storia e analisi delle culture musicali, Universitร  La Sapienza di Roma, a.a. 2000-2001, redazione rivista e aggiornata 2006. Tesi parzialmente consultabile in http://www.examenapium.it/armi/; Davide Daolmi, La drammaturgia al servizio dellโ€™opera. Le ยซvolubili sceneยป dellโ€™opera barberiniana, ยซIl Saggiatore musicaleยป, x111/1, 2006; Davide Daolmi, Sugli ultimi libretti di Giulio Rospigliosi, ยซStudi secenteschiยป, XLI, 2009, pp. 321-324; Norbert Elias, La societร  di corte, Bologna, Il Mulino, 1980; Frederick Hammond, Music & spectacle in BaroqueRoma. Barberini patronage under Urban v111, New Haven โ€“ London, Yale University Press, 1994; Arnaldo Morelli, ยซPerchรฉ non vanno per le mani di moltiโ€ฆยป. La cantata romana del pieno Seicento: questioni di trasmissione e di funzione, in Paolo Russo (a cura di), Musica e drammaturgia a Roma al tempo di Giacomo Carissimi, Venezia, Marsilio Casa della Musica, 2006; Margaret Murata, La cantata romana fra mecenatismo e collezionismo, in La musica e il mondo, a cura di Claudio Annibaldi, Bologna, Il Mulino, 1993; Wolfgang Witzenmann, Marazzoli Marco, in The New Grove Dictionary of Music and Musicians, 27 voll. A cura di Stanley Sadie, London, Macmillan, 2001, ad vocem.

Come giocare con parole e musica: i Canoni enigmatici di Giovanni Briccio

di Cristina Ternovec

Nel 1632 vengono pubblicati a Roma, da Paolo Masotti i Canoni Enigmatici Musicali a due, tre, e quattro voci, con un Discorso sopra i Canoni di Giovanni Briccio, romano. Oltre al valore musicale, che ad un primo sguardo potrebbe sembrare modesto, ma รจ lo stesso Briccio nellโ€™introduzione ad indicarli soltanto come โ€œscherzi musicaliโ€, รจ il loro valore storico e culturale ad essere altrettanto importante. Sono infatti un poโ€™ lo specchio di quella societร  romana, ma non solo, degli inizi del Seicento, con quel fiorire di accademie minori in cui la cultura umanistica e quella piรน prettamente popolaresca si compenetravano a vicenda. Elementi di congiunzione tra questi due mondi erano anche personaggi come Giovanni Briccio (Roma 1579-1645), uomo di modesta estrazione, ma eclettico e poliedrico, dal carattere allegro e ilare, dotato di unโ€™intelligenza viva e versatile e che grazie ai suoi molteplici interessi e la sua abbondante produzione, specie teatrale, riuscรฌ ad impressionare anche i contemporanei. Venne infatti citato da Teodoro Ameyden, che ammirava la sua genialitร : โ€œรจ totalmente senza lettereโ€ฆse studiato avesse, un Aristotele divenuto sarebbeโ€, Prospero Mandosio, Carlo Cartari, ed in vita ebbe contatti con importanti pittori come Federico Zuccari, Cavalier dโ€™Arpino, Salvator Rosa, mentre le sue commedie venivano rappresentate a palazzo Altemps. Ciรฒ nonostante la sua fu unโ€™erudizione da autodidatta che spaziava in diversi campi dellโ€™arte. Era infatti pittore, musicista, studioso e uomo di teatro: drammaturgo, scenografo, attore e animatore. Esordรฌ come attore, da ragazzo, in casa di Sertorio Teofili, mentre frequentava la bottega del Cavalier dโ€™Arpino. Durante la sua vita il Briccio non limitรฒ la sua attivitร  nelle sedi delle accademie o nei palazzi dei nobili, ma compose numerose commedie ridicolose, relazioni di avvenimenti e cerimonie, testamenti burleschi, capricci, barzellette, dialoghi surreali,…che ben esprimono il linguaggio e lโ€™espressivitร  della piazza carnevalesca e della festa popolare.
In molti suoi testi teatrali sono presenti le maschere della Commedia dellโ€™arte a cui si aggiungono elementi musicali, spesso posti alla fine dellโ€™atto, che annunciano lโ€™evoluzione della Commedia dellโ€™Arte verso le rappresentazioni di opere musicali.

Ma veniamo al Briccio musicista: รจ il giurista ed archivista Carlo Cartari attraverso i dati raccolti presso i figli Plautilla e Basilio Briccio, ad illustrarci i suoi esordi musicali.

Mentre una volta sonava alcune sonate sul chitarrino un certo gentilhomo chiamato Mยฐ Giacomo Cassia vedendo la buona dispositione gli disse se voleva imparar di musica che gli haverebbe insegnato come poi fece con molta benignitร . Indi da se stesso con lโ€™avesse appresa della musica imparรฒ senza maestro a sonar di Cimbalo, organo, viola, liuto, violino et salterio.

Divenne poi prefetto di musica della Confraternita dei SS.Ambrogio e Carlo al Corso e maestro di Cappella a S.Girolamo degli Schiavoni.
A questo periodo potrebbe appartenere il mottetto a 3 voci In medio Ecclesiae aperuit os eius, pubblicato nella raccolta Selectae cantiones, Liber primus di Fabio Costantini nel 1616.
I Canoni enigmatici, posti in luce nel 1632, sono dedicati a Pier Francesco Valentini, famoso a Roma in quegli anni per aver pubblicato numerosi canoni tra cui il nodo di Salomone a 96 voci. Allโ€™interno del fascicolo troviamo 22 canoni, ognuno preceduto da un enigma in quattro versi, la cui risoluzione ci indica come eseguirlo. Come ci illustra lo stesso Briccio nel Discorso iniziale i canoni sono di due sorti Circolari, et Terminati, inoltre il Canone Enigmatico non deue hauere altra dechiaratione che il solo Enigma il quale altro non รจ che vna Alegoria oscura, ouero vna sentenza velata qual non si possa cosรฌ facilmente intendere da ognuno ma solo da chi si seruirร  della sottiliezza del ingegno.
Opera quindi realizzata con lo scopo di divertire il fruitore, un gioco matematico-enigmistico che mette in stretta relazione il mondo dei suoni e la matematica. Il canone, la forma piรน antica di polifonia, significa imitazione rigorosa in cui due o piรน voci o parti strumentali eseguono una stessa linea melodica, principiando l’una dopo l’altra a dati intervalli di tempo. Nel nostro caso la maniera di leggere quell’unica parte era indicata con una frase a indovinello da cui appunto canone enigmatico. Nellโ€™opera sono presenti sia canoni, sia enigmi.

Esempi di enigmi con relativa risoluzione:

Esempio 1

Un cerchi fare dove ha piรน valore
Lโ€™interesse di un homo riposato.
Lโ€™altro faccia dapoi quantโ€™รจ avanzato
A quello che si elesse esser tenore.

Capiamo subito che si tratta di un brano a due voci, di cui una eseguirร  soltanto le 3 note di valore maggiore (Fa, Re, Do), mentre lโ€™altra tutta la frase ad esclusione di quelle 3 note.

Esempio 2

Parteno un verso lโ€™altro amici dua
Per salutarsi, e giunti in mezzo il piano,
Si abboccano e toccasi la mano
Ognuno poi ritorna a casa sua

Anche in questo caso รจ chiaro che le parti sono 2, ma visto che i due amici vanno uno verso lโ€™altro, la seconda voce inizia dalla fine a ritroso.
Si incontrano al centro della frase per poi ritornare, la prima voce a ritroso, la seconda dritta al punto di partenza.

Note e bibl.: L. Mariti, Commedia ridicolosa. Comici di professione, dilettanti, editoria teatrale nel Seicento, Roma, Bulzoni, 1978
L. Mariti, Esercizio d’attore nel Seicento: Giovanni Briccio & C., in Studi in onore di Giovanni Macchia, Milano, Mondadori, 1983 ASR, Fondo Cartari- Febei, ms. vol. 115, 125 Copia consultata: Canoni Enigmatici Musicali a due, tre, e quattro voci, con un Discorso sopra i Canoni di Giovanni Briccio, romano, Roma 1632 Museo Internazionale e biblioteca della musica di Bologna, coll. X.161

Francesco Landini: musico e teorico nella Firenze del โ€˜300

di Maria Antonietta Cignitti

ยซElli con ogni artista e filosofo gรฌo disputando non tanto della sua musica, ma in tutte l’arti liberali, perchรฉ di tutte quelle in buona parte erudito sรฌ n’era.ยป Eโ€™ con queste parole che nel Paradiso degli Alberti, Giovannni Gherardi definisce Francesco Landini musicista, letterato e ideatore di strumenti musicali tanto da realizzare uno strumento che chiamรฒ syrena, realizzato con lโ€™unione di un liuto e di un ยซmezzo cannoneยป, un modello trapezoidale di salterio di origine italiana.

Francesco Landini raffigurato in una miniatura del codice Squarcialupi

Nato a Fiesole nel 1335 circa, proveniva da una famiglia di artisti essendo il padre il pittore Jacopo da Cosentino, mentre i fratelli Matteo e Nuccio erano rispettivamente pittore e musicista. Perduta precocemente la vista in etร  infantile, a causa di una infezione dovuta al vaiolo, venne indirizzato agli studi musicali che allโ€™epoca rappresentavano una delle possibili carriere per i non vedenti. Non si conoscono i suoi inizi musicali anche se il Villani afferma che iniziรฒ a cantare quando era ancora un fanciullo. Sicuramente gli studi intrapresi furono molto approfonditi; le testimonianze dellโ€™epoca sono infatti concordi nellโ€™affermare la sua accurata preparazione musicale e letteraria. Fra i suoi scritti oltre ad alcuni testi da lui musicati, compare appunto anche un poema in esametri dedicato al filosofo e francescano inglese Guglielmo di Ockham (1228 โ€“ 1349).

Firenze nel โ€˜300

Francesco Landini fu organaro, organista e compositore e, intorno al 1365, venne designato a ricoprire la carica di cappellano presso il capitolo di S. Lorenzo, dove figurava anche il compositore Lorenzo di Masino sino alla fine del 1372, anno in cui si colloca la morte di questโ€™ultimo. Landini si occuperร  di questo incarico fino alla sua morte che sopraggiunse il 2 settembre del 1397 a Firenze. Sulla sua lastra tombale, sormontata da due angeli musicanti rispettivamente raffigurati uno con la viella e lโ€™altro con il liuto, cโ€™รจ unโ€™iscrizione di attribuzione incerta che recita:

Privato della vista, ma dalla mente capace di melodiosi canti, Francesco, il solo che sopra tutti la Musica elevรฒ, qui ha le ceneri, oltre le stelle l’anima

Come รจ giร  stato fatto osservare, le attestazioni di stima nei confronti del Landini non si esauriscono nellโ€™epitaffio sulla sua tomba, ma numerose sono le testimonianze che ce lo raffigurano come uno dei musicisti piรน apprezzati della sua epoca. Filippo Villani, Coluccio Salutati, Cino Rinuccini, Giovanni Gherardi, in diversi modi ma in maniera concorde, testimoniano la sua fama presso i suoi contemporanei e non solo. Lo storico fiorentino Filippo Villani (1325-1407) gli dedicรฒ un capitolo del suo Liber de origine civitatis Florentie et eiusdem famosis civibus benchรฉ il musico fosse ancora in vita, affermando che, sebbene cieco, il Landini fosse superiore a tutti i musicisti a lui contemporanei.

Giovanni Gherardi da Prato nella sua opera Il Paradiso degli Alberti, scritta intorno agli anni venti del XV secolo, gli dedicherร  una lunga pagina. In questo lavoro Landini รจ ritratto nella cerchia degli intellettuali che si incontravano presso la casa di Antonio di Niccolรฒ degli Alberti.

Fioriva ancora in que’ tempo Francesco delli Organi, musico teorico e pratico, mirabilcosa a ridire, il quale, cieco quasi a nativitร , si mostrรฒ di tanto intelletto divino che in ogni parte piรน astratta mostrava le sottilissime proporzioni de’ suoi musicabili numeri, e quelle con tanta dolcezza col suo organo praticava, che cosa non credibile pure a udilla.

Nella descrizione di Gherardi รจ di grande rilievo il fatto che egli lo qualifichi come ยซmusico teorico e praticoยป, unendo cosรฌ in Francesco quelle competenze che erano ritenute separate dai teorici. Giovanni Gherardi con la sua definizione vedeva cosรฌ in Landini il superamento di questa divisione, aggiungendo che era anche ยซin buona parte eruditoยป, tanto da poter competere con gli altri intellettuali in tutte le arti liberali.
Probabilmente la considerazione di cui godeva ha fatto in modo che ยซFrancesco degli organiยป, cosรฌ come veniva chiamato, sia stato il compositore medievale italiano di cui ci sono state trasmesse il maggiore numero di opere: 141 ballate, 12 madrigali, una caccia e un virelai, scritti per due e tre voci. I manoscritti che conservano in numero maggiore le sue composizioni sono il Panciatichi 26 della biblioteca nazionale di Firenze, ed il codice Squarcialupi.
La sua notorietร  inoltre fece sรฌ che i suoi brani fossero presenti anche in raccolte europee e che gli stessi fossero utilizzati in forma di ยซcantasi comeยป. Un esempio di questa prassi, ma anche della diffusione della sua musica, lo riscontriamo nel codice abruzzese di Guardiagrele del XV secolo, in cui รจ presente un Agnus Dei che รจ il contrafactum della ballata Questa fanciulla, amor.

Angelica biltร , ballata di Francesco Landini

Fonti e bibl.: F. Alberto Gallo, La polifonia nel Medioevo, EDT, Torino, 1991; Alessandra Fiori, Francesco Landini, Lโ€™Epos, Palermo, 2004; Gustave Reese, La musica nel Medioevo, Rusconi, Milano, 1990; Donald Jay Grout, Storia della musica in Occidente, Feltrinelli, Milano, 1984

Danze francesi del โ€œSig. Pietro Arnรฒโ€ nei documenti della Roma di fine Seicento

di Valentina Panzanaro

Nella seconda metร  del Seicento numerosi artisti europei, tra pittori, scrittori, architetti e musicisti, in particolar modo francesi, diedero vita a un fenomeno di mobilitร  in Italia particolarmente intenso; molti di loro soggiornarono a Roma dove esercitarono la propria professione per un periodo piรน o meno lungo. La cittร  era un milieu complesso, in cui coesistevano diverse opportunitร  dโ€™inserimento in strutture o istituzioni di varia natura โ€“ compagnie, confraternite, ecc. โ€“ che potevano giovare ai nuovi arrivati per tessere relazioni sociali e trovare unโ€™occupazione. Attraverso lo studio e la ricognizione dei documenti dโ€™archivio si puรฒ tentare di scoprire, laddove sia possibile, la vita e la carriera dei musicisti e dei ballerini e per ricostruire e i numerosi aspetti che caratterizzavano il complesso mondo professionistico a Roma (vita familiare, reti sociali, partecipazioni musicali in contesti diversi). Risulta molto interessante delineare i percorsi e i possibili orientamenti, per poi comprenderne il ventaglio di possibilitร  lavorative offerte ad un musicista o a un danzatore dellโ€™epoca. 

I-Rvat, Ms. 569 โ€˜Muziโ€™, frontespizio e firma

Il manoscritto romano โ€˜Muziโ€™, oggi conservato presso la Biblioteca Vaticana con la segnatura Vat. Mus. 569, rappresenta uno degli esempi piรน significativi su cui possiamo fare alcune riflessioni. Il nome del manoscritto deriva dal suo proprietario iniziale, Virginio Mutii (o Muzi), dottore in Legge, appassionato di musica, allievo dellโ€™organista Fabritio Fontana, il quale, con molta probabilitร , ne fu anche il compilatore. La collezione, scoperta nel 1972 ma redatta nel 1661 come riportato nel frontespizio, รจ nota agli studiosi soprattutto per le composizioni di Girolamo Frescobaldi e include anche brani meno conosciuti di Bernardo Pasquini, probabilmente le prime composizioni, e rappresenta anche la prima fonte del compositore Giovanni Battista Ferrini, romano con unโ€™ottima reputazione nellโ€™ambito della musica cembalistica. Lโ€™opera si presenta con unโ€™ampia varietร  di stili e generi dalle brillanti toccate e composizioni di danze piรน semplici, a brani liturgici a variazioni di toni popolari e scene drammatiche.
Il manoscritto contiene una sezione di danze strumentali francesi 7(cc. 45v-58r), che nel foglio iniziale riporta lโ€™indicazione Dal sig. Pietro Arnรฒ dalli 9bre [=novembre] 1663. Lโ€™ipotesi attuale รจ che il signor Pietro Arnรฒ fosse uno degli insegnanti di Virginio Muzi, possessore del manoscritto. รˆ probabile che questโ€™ultimo glโ€™avesse chiesto di annotare le composizioni in stile francese per ampliare e diversificare il repertorio su cui esercitarsi. Pietro Arnรฒ, forse un maestro di ballo, menzionato nella sezione โ€˜franceseโ€™ del manoscritto, non va certamente inteso quale autore dei brani in questione. Le composizioni di questa sezione, in effetti, sono state tutte trascritte da Pietro Arnรฒ, il quale sembra sia stato il copista e non il compositore per via dellโ€™indicazione Dal Signor Pietro Arnรฒ e non Del Signor Pietro Arnรฒ, come evidenziato da Morelli, suggerendo lโ€™idea che questa sezione sia stata trascritta e non composta dal Arnรฒ. Lโ€™ipotesi plausibile รจ che il sig. Arnรฒ โ€“ dal cui cognome traspare una evidente origine francese (Pietro Arnรฒ potrebbe corrispondere a un Pierre Arnaud o Arnauld) โ€“ fu semplicemente un tramite attraverso cui tali brani, peraltro assai tipici del repertorio francese, pervennero al possessore romano.

I-Rvat. Ms. 569 โ€˜Muziโ€™

Allo stato attuale non possediamo elementi sufficienti per poter ricostruire la biografia del maestro Arnรฒ, in particolar modo non siamo a conoscenza, se pur minima, di fonti dโ€™archivio che attestino la sua presenza a servizio di famiglie romane o piรน semplicemente la dimora in qualche palazzo nobiliare romano. Una interessante ipotesi, invece, si puรฒ avanzare sul cognome Arnรฒ che ricorre anche nelle fonti borghesiane, che attestano la presenza della famiglia Arnรฒ (Giovanni e i suoi figli) di maestri di ballo a servizio della famiglia nel primo ventennio del Settecento. Dallโ€™esempio della famiglia Borghese risulta che il sistema aperto al mondo forestiero, รจ costituito da musicisti che intervenivano con la loro opera artistica nei diversi momenti della vita familiare, come testimoniato da numerosi documenti. 

La sezione francese manoscritto โ€˜Muziโ€™ contiene danze di origine francese: Courante LavignoneCourante La Duchesse, la sarabanda e un branle. La scrittura รจ semplice e omoritmica e si sviluppa su a due linee con frequenti simboli di abbellimento (es. trilli) e simboli di articolazione quali legature di valore con effetto di spostamento di accento. Il basso presenta accordi scritti tipici della scrittura cembalistica.

Questi brani strumentali se confrontati con i balli coreografati dei trattati di danza dโ€™oltralpe in cui sono rappresentati graficamente i passi di danza emergono molte analogie soprattutto dal punto di vista ritmico. In entrambi i casi troviamo la stessa denominazione francese, sono riunite in piccole suite di brani strumentali, tra movimenti lenti e veloci ripetute nei ritornelli. Nei trattati francesi perรฒ le ritroviamo codificate nella rappresentazione cinegrafica ideata dai coreografi francesi Beauchamp Feuillet tra Sei e Settecento. Il disegno riportato, al di sotto di una semplice linea melodica, indica i passi che i ballerini devono eseguire: una perfetta sinergia tra musica e movimento della danza.

BNF Gallica, Ms. 14884

La riesamina della sezione francese del manoscritto โ€˜Muziโ€™, si rileva utile al fine di inquadrare, meglio lโ€™ambiente musicale romano nel quale operarono i compositori e i maestri di ballo stranieri le modalitร  di diffusione delle loro composizioni strumentali, i tratti stilistici che contraddistinsero le danze strumentali di ognuno di essi. Dalla ricognizione delle fonti dโ€™archivio emerge cosรฌ un quadro sorprendente nel panorama italiano e piรน in particolare in quello romano, sulla presenza della danza francese che nel corso del Seicento prende piede affermandosi in corti e istituzioni. Anche le relazioni di feste accademiche oltre a descrivere lโ€™uso dei balli di vario tipo, danno conto dellโ€™insegnamento della danza che entrata a pieno titolo tra le discipline nella formazione del giovane aristocratico.  I saggi annuali dei convittori rivelano anche, in questi ambienti collegiali, lโ€™adeguamento alla nuova moda dei โ€œballi alla franceseโ€ nella pratica ordinaria. รˆ difficile in questo ambito valutare quanto la presenza di artisti stranieri a servizio dei nobili sia un atout in questa โ€œgara di prestigio sociale.โ€  
In definitiva, il manoscritto โ€˜Muziโ€™ rappresenta la testimonianza di una precoce circolazione di queste danze francesi a Roma, avvalorando lโ€™idea che la cittร  papale era pervasa dal gusto francese tradotto in un โ€˜vivere alla franceseโ€™, inteso come un luogo in cui regni la galanteria e il ยซbel espritยป come lo si intende in Francia, favorendo la promozione di prodotti culturali e artistici, comprese composizioni musicali, opere letterarie o piรจce teatrali.

Bibliografia: Arnaldo Morelli, Giovan Battista Ferrini “della spinetta” e l’intavolatura cembalo organistica Vat. Mus. 569, in Musicologica humana, a cura di S. Gmeinwieser – D. Hiley – J. Riedlbauer, pp. 383-392. Valentina Panzanaro, Musica strumentale da ballo โ€˜alla franceseโ€™ nella Roma seicentesca, PhD Universitร  La Sapienza, 2017-18. Elodie Oriol, Musicisti e ballerini a Roma, in ยซAnalecta Musicologicaยป, 52 (2015), pp. 269-299. Barbara Sparti, La danza barocca รจ soltanto francese?, in ยซStudi Musicaliยป, XXV (1996), 1-2, pp. 283-302.  Josรฉ Sasportes, Storia della Danza Italiana. Dalle origini ai giorni nostri, Torino 2011. http://www.treccani.it/enciclopedia/ferrini-giovan-battista-detto-anche-giovan-battista-della-spinetta_(Dizionario-Biografico)/