I provenzali nelle corti italiane tra XII e XIII sec.

di Gabriele Pro

La presenza di materiale musicale appartenente al mondo lirico trobadorico ci è pervenuto soltanto grazie alla testimonianza di pochi testi manoscritti. Complessivamente infatti, di ben 927 poesie che sono arrivate ai giorni nostri, solamente 262 riportano una melodia. Come già Agostino Ziino affermò diversi anni fa in un suo saggio, il motivo di ciò può essere ricondotto al fatto che l’amanuense, o colui che disponeva il rigo musicale, era a conoscenza che determinate melodie fossero note ai più in quanto trasmesse ancora oralmente, oppure vi fossero già testimonianze scritte in circolazione riportanti anche le relative melodie e intonazioni musicali.[1] Per quanto riguarda la tradizione musicale dei provenzali che decisero di spostarsi in Italia, sicuramente tra le testimonianze pervenuteci, il manoscritto G conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano ci restituisce quella che poteva essere l’attività di questi presso le corti italiane, a partire da quelle dell’Italia settentrionale, fino a quella di Federico II in Sicilia. La tipologia di comunità nella quale infatti bisogna collocare l’opera di questi autori sicuramente ricade a pieno titolo in quella che esalta i valori di una società cortese. Pochi versi di Raimbaut de Vaquieras ne esemplificano i tratti salienti:

                  En vostra cort renhon tug benestar:

                  dar e dompney, belh vestir, gent armar,

                  trompas e joc e viulas e chantar[2]

Il trovatore con queste poche parole dà una perfetta esemplificazione della società cortese per eccellenza in cui essi andavano ad inserirsi, in particolare qui elogiando la vita presso la corte del Monferrato, nella persona del marchese Bonifacio I. I livelli di significato possono avere qui diverse connotazioni: in primo luogo vi è la lode del signore, il quale rende grande la propria corte con le proprie elargizioni e con al sua attività di mecenate, azioni proprie di un governante colto e giusto. In secondo luogo gli omaggi alle dame, ai vestiti eleganti e alle belle armature, simboli delle feste di corte e delle campagne militari. Tutto accompagnato dai momenti di svago, quali potevano essere i tornei o le giostre, dal suono delle trombe e delle vielle.[3] È doveroso soffermarsi un istante a parlare di questo strumento, la viella, il quale rappresentava il principale mezzo di accompagnamento per i trovatori nelle loro performance. Come si è già accennato, non abbiamo la fortuna di partecipare a quella esperienza auditiva di parole e suoni, qual era la prestazione artistica dei trovatori; possiamo risalire nella maggior parte dei casi alle parole, in maniera minore alle melodie, ma purtroppo le modalità esecutive rimarranno a noi inaccessibili, eccetto testimonianze o descrizioni di carattere generale sulle caratteristiche vocali e performative di determinati autori presenti nelle loro vidas. La viella, appunto, era lo strumento per eccellenza tramite il quale il giullare, e chiaramente un trovatore, si accompagnava. Probabilmente questo è dovuto dalle caratteristiche dello strumento, il quale, presentando una forma a fianchi curvati, si annovera tra gli antenati delle viole e dei violini moderni. Tramite le iconografie e le miniature pervenuteci possiamo andare ad individuare quattro, o nella maggior parte dei casi cinque corde, messe in risonanza tramite un archetto. Queste potevano essere suonate sia singolarmente sia suonate due a due in modo tale che una svolgesse la funzione di bordone d’accompagnamento (nota fissa) e sull’altra si eseguisse la melodia vera e propria. Sicuramente anche altri strumenti, quali potevano essere il liuto o l’arpa, si utilizzavano per il medesimo scopo, ma le molteplici e numerose testimonianze iconografiche a noi in possesso rappresentano il poeta insieme a questo strumento ad arco nella maggior parte dei casi. 

Perdigon che si accompagna con la sua viella

Johannes de Grocheo successivamente scrisse così nel suo trattato Ars Musicae:

Fra tutti gli strumenti a corde che abbiamo visto, la viella sembra meritare il primo posto. Poiché, come l’anima intellettiva include implicitamente entro di sé tutte le altre forme di abilità, e come il tetragono racchiude il triangolo e il numero maggiore il minore, così la viella racchiude virtualmente entro di sé tutti gli altri strumenti. Può essere che alcuni di questi commuovano l’animo dell’uomo con suono più austero, come il tamburo e la tromba nelle feste, nelle giostre e nei tornei, ma nella viella tutte le forme musicali si distinguono con maggior precisione… Un buon artefice suona sulla viella ogni cantus e ogni cantilena, e ogni forma musicale in genere.

Tornando quindi alla presenza dei provenzali nelle corti italiane, in primo luogo va ricordata la già citata corte di Monferrato, con la reggenza del marchese Bonifacio I, corte in cui si sono avvicendati diversi trovatori, appartenenti alla prima generazione, tra cui Raimbaut de Vaquieras e Piere Vidal. Successivamente, centro vitale per l’attività poetica fu la corte dei Malaspina, signori della Lunigiana. Qui collochiamo l’attività principale di Peire Raimon, il quale è al centro della vita cortese della corte ligure. Attraverso la sua vida riusciamo a ricavare notizie importanti riguardo alle sue doti di poeta ed esecutore. Attraverso i suoi testi, inoltre, si può notare come siano frequenti i riferimenti alla melodia, importante elemento che va a costituire una singola opera. Esso stesso, in un testo dedicato a Guglielmo Malaspina, Plus vey parer la flor el glay, sottolinea come l’intonazione musicale possa recare gioia all’ascoltatore, possa essere facile, quindi non presentando difficoltà interpretative, e al tempo stesso di alto grado stilistico. Questo procedimento trova conferma in un altro trovatore presente alla corte dei Malaspina, Albert de Sisteron, il quale, in conclusione di una sua canzone, rivolgendosi all’esecutore si raccomanda:[4]

                        Peirol, violatz e chantatz cointamen 

                        de ma chanzon los motz e l son leugier.[5]

Prendendo in analisi solo due tra molte esperienze di società cortese che si stavano via via diffondendo nelle corti dell’Italia settentrionale, si è potuto quindi constatare che la presenza della musica, unita alla versificazione, risultava per gli autori di queste liriche elemento fondante per la loro prestazione artistica. 


[1] A. ZIINO, Caratteri e significato della tradizione musicale trobadorica, in: Lyrique romane médiévale: La tradition des chansonniers, Liège, U. de Liège; 1991; pp. 85 – 218.

[2] [Nella vostra corte regnano tutte le buone costumanze: / munificenza e omaggio alle dame, vestiti eleganti, belle armature, / trombe e divertimenti e vielle e cantare] traduzione di F. Alberto Gallo.

[3] F.A. GALLO, Musica nel castello: Trovatori, libri, oratori nelle corti italiane dal XIII al XV secolo, Bologna, il Mulino, 1992.

[4] Ibidem

[5] [Con una melodia gaia, facile e pregevole / faccio un discordo leggero e buono, / piacevole da cantare / e su bel tema] traduzione di F. Alberto Gallo