di Alessandro Lemmo
Il Cinquecento rappresenta un periodo storico di fondamentale importanza per lo sviluppo della composizione musicale e la sua notazione, caratterizzato dalla presenza di grandi personalità che hanno contribuito in diversa misura a questo scopo. Fra essi, forse poco esplorato e conosciuto, un fiorentino, Giovanni Animuccia.

Poche sono le informazioni biografiche che si hanno su di lui. Nato probabilmente a Firenze all’inizio del 1500, inizia la sua formazione musicale nell’ambiente originario, alla scuola di Francesco Corteccia, compositore di corte di Cosimo I de’ Medici. Era parte attiva del circolo letterario fiorentino, come attesta un componimento a lui dedicato da Francesco Grazzini, In lode degli spinaci. Risalgono a questi anni fiorentini il Primo libro di madrigali a 4-6 voci, Il Secondo Libro a 5 voci e i Madrigali a 5 voci.
Nel 1550, approda a Roma entrando al servizio del cardinale Guido Ascanio Sforza di Santa Fiora. Fu, insieme alla moglie, uno dei primi seguaci di S. Filippo Neri, suo concittadino ed amico, e aderì alla romana confraternita della Pietà della Nazione di S. Giovanni dei Fiorentini. Per rispondere ad un’esigenza dello stesso Filippo Neri, il quale aspirava ad una musica semplice per il suo oratorio e per la sua opera di evangelizzazione, che potesse toccare l’animo di ogni individuo, fosse comprensibile e melodiosa, Animuccia iniziò a comporre i libri di laude, favorendo così la ripresa di un genere che già nel Medioevo era stato utilizzato per la diffusione e comprensibilità del testo sacro. Nel 1551 pubblica Il Primo libro di Mottetti a cinque voci, in cui prende le distanze ed esprime il suo pensiero in merito ad una “nuova musica” che l’anno prima fu al centro di una disputa tra Nicola Vicentino e Vincenzo Lusitano, con l’intenzione di ricercare le sottili sfumature tonali presenti tra i suoni, particolari dell’antica musica greca.

È il 1555. Animuccia viene chiamato a S. Pietro a sostituire il Princeps musicae, Giovanni Pierlugi da Palestrina alla guida della cantoria, «quel felicissimo Animuccia, la cui anima vide S. Filippo Neri volare al cielo». Vi rimarrà fino alla morte, nel 1571.
Il periodo della sua direzione fu caratterizzato in special modo dallo svolgersi del Concilio di Trento, che influenzò parte della sua produzione, soprattutto dopo i decreti sulla musica del 1565 in cui la comprensibilità del testo era di fondamentale importanza. Il repertorio della cappella era costituito da lavori di Costanzo Festa, Josquine del primo Palestrina, repertorio che non mancò di incrementare con opere di sua produzione, molto intensa e quanto più possibile aderente alle nuove norme conciliari sulla musica sacra: le sei messe a più voci, poi pubblicate nel Primo Libro delle Messe, e i Magnificat in tutti i toni ecclesiastici, riuniti successivamente nel Canticum BeataeMariae Virginis. Queste composizioni, successive al 1563, quindi al Concilio di Trento, sono l’esempio dell’evoluzione stilistica della sua scrittura che, nonostante mantenga, seppur in misura minore, caratteristiche della sua prima formazione fiorentina, adesso appare più omoritmica e omofonica, secondo quanto richiesto dal Concilio. Proprio per questo, fu necessario scrivere nuove composizioni «le quali erano necessarie in Capella, et che sono secondo la forma del Concilio di Trento, et de l’Offitio novo». Lo stesso Animuccia scrive nella dedicatoria del suo primo libro di messe, pubblicato nel 1567, di aver composto le nuove opere cercando di «disturbare il meno possibile l’ascolto delle parole e facendo in modo che la composizione non fosse completamente priva d’arte e si prestasse un poco anche al piacere dell’ascolto». Le difficoltà saranno state notevoli per raggiungere questo intento, ma necessarie per rispettare le nuove direttive del Concilio.

Nonostante l’impegno in basilica, Animuccia continua il suo servizio presso l’Oratorio di S. Girolamo della Carità, componendo le laudi tanto care a Filippo Neri che, nel 1563 pubblica il Primo Libro delle Laudi, e poco prima di morire, da alle stampe Il Secondo Libro delle Laudi a due-otto voci, destinate anch’esse ad un pubblico di devoti che potesse partecipare con maggiore intensità ai riti solenni grazie proprio alla semplicità della scrittura musicale.
Il 26 marzo 1571 Animuccia cade malato. Sua moglie va a ritirare il salario del marito. Due giorni dopo, il 28 marzo, il maestro muore. Il 1° aprile gli succederà nuovamente Giovanni Pierluigi da Palestrina alla guida della cappella musicale
Fonti e bibliografia: Lockwood L. – O’Regan N., Animuccia, Giovanni in The New Grove Dictionary of Music and Musicians (2001) vol. 1, 686-688; Baini G., Memorie storico – critiche della vita e delle opere di Giovanni Pierluigi Palestrina, 2 voll., rist. anast. dell’ed. di Roma 1828, Georg Olms Verlag 1966; Barblan G. [et al.], Musicisti toscani a cura di A. Damerini e F. Schlitzer [della] Accademia Musicale Chigiana, Ticci, Siena 1955; Cervelli L., Le laudi spirituali di Gio. Animuccia e le origini dell’oratorio musicale a Roma in La rassegna musicale, XX, 2, Aprile 1950, 116-121; Morelli A., Il tempio armonico: musica nell’Oratorio dei Filippini in Roma 1575-1705 in Veröffentlichungen der Musikabteilung des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Analecta Musicologica 27, Laaber-Verlag, Laaber 1991; Rostirolla G., Musica e musicisti nella Basilica di San Pietro. Cinque secoli di storia della Cappella Giulia, 2 voll., ECV, Roma 2014.







