di Alessandro Lemmo
Sviluppatosi in un lunghissimo arco di tempo che va dal XII secolo fino ad oggi, il mottetto costituisce una forma musicale polifonica prevalentemente vocale che conosce il periodo di massimo splendore nel Cinquecento, soprattutto nell’ambito di quella che è chiamata la scuola romana, per distinguerla da quella veneziana, più incline al madrigale profano. Divenuto composizione autonoma durante il periodo dell’ars nova, nel Quattrocento il mottetto diviene, insieme alla messa, la principale composizione polifonica, un genere che permetteva notevole libertà ritmica, sfoggio di capacità contrappuntistiche del compositore, forma che, nel Cinquecento assisterà ad una semplificazione del contrappunto e ad una maggiore aderenza al significato del testo. È il secolo in cui il genere conosce la sua diffusione in ambito liturgico se è vero che nei secoli precedenti rischiò di essere bandito dalla pratica liturgica a causa della troppa indipendenza delle parti, ognuna delle quali risultava compiuta in se stessa, e all’utilizzo molto spesso di un testo poetico diverso dal contesto liturgico per cui veniva utilizzato: poca era l’attenzione destinata al testo sacro da musicare, il quale restava sommerso e non comprensibile nell’intreccio vocale polifonico.

Nel Cinquecento, Roma svolse un ruolo fondamentale come centro propulsore della polifonia, in particolare sacra, grazie alle numerose cappelle musicali presenti sul territorio. L’istituzione più alta era ovviamente la cappella musicale personale del papa, cosiddetta Sistina dal nome del papa che la riorganizzò nel 1471, Sisto IV. Insieme a questa, anche le cappelle delle tre basiliche maggiori, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Pietro in Vaticano, svolgono un ruolo importante di fioritura della scuola romana.
In questo clima musicale, il ruolo del mottetto all’interno del panorama liturgico, tuttavia, non sempre è stato chiaro. È sì un componimento polifonico su testo sacro ma che alle volte veniva utilizzato anche in occasioni extra liturgiche. Una testimonianza contenuta nei diari della Cappella Sistina riporta l’esecuzione di un mottetto, Illumina oculos meos, in una circostanza non chiara e non specificatamente liturgica. Altri riferimenti descrivono l’esecuzione di mottetti dopo la refezione del papa, pratica questa, di cantare al termine dei pasti, di cui si può trovare testimonianza almeno fino al 1518. Queste testimonianze in parte sottolineano il fatto che il mottetto era soggetto il più delle volte alla decisione e al volere del signore.

Dal punto di vista prettamente liturgico, il mottetto era utilizzato prevalentemente durante la Messa. Le cronache dei Diarii sistini di Casimiri riportano l’esecuzione, nel 1555, di mottetti durante l’Offertorio, momento della liturgia cattolica in cui vengono presentati e preparati il pane e il vino sull’altare per il sacrificio eucaristico: «nos cantavimus in loco ofertorij unum motetum, et quando Corpus domini levabatur cantavimusRex benigne». In questa citazione si fa riferimento anche ad un altro momento in cui erano eseguite le composizioni: l’Elevazione delle specie eucaristiche consacrate. Altro luogo era la parte finale della messa; nel settembre del 1559, si legge che i cantori intonarono un mottetto dopo il saluto finale del celebrante, l’ite missa est. Nel 1549 fu eseguito un mottetto, O sacrum Convivium, «di poi la messa», al termine della celebrazione, su indicazione del maestro di cappella. Su questo componimento, Jungmann nota che il testo era tradizionalmente intonato nel momento di silenzio dopo la comunione.
È interessante notare che questi esempi collocano i mottetti durante la celebrazione eucaristica; la loro esecuzione non viene collegata alla celebrazione dell’Ufficio in cui si utilizzava una musica diversa, probabilmente salmi alternati e inni in falsobordone.

Si possono notare due cose in seguito a queste testimonianze: sebbene esse collocano l’esecuzione dei mottetti in alcune parti della messa, non è da escludere il loro utilizzo in altri momenti della celebrazione, quali potevano essere l’introito o altro momento adatto. Oltre a questo, è da sottolineare la libertà che caratterizza l’uso del testo nella composizione, la quale non sempre era legata al momento in cui veniva eseguita: testi tratti prevalentemente dalla Sacra Scrittura, dai Vangeli, Salmi e da melodie gregoriane già esistenti erano messi insieme secondo il processo della centonizzazione, cioè prendere frammenti di testo da varie fonti per comporre così un singolo brano, in concordanza retorica e significante, pratica questa molto florida fino al Concilio. La conseguenza di questo procedimento è che un singolo mottetto, con testo composto in questo modo, poteva essere utilizzato per diverse situazioni liturgiche.
Fonti e bibliografia: CASIMIRI R., I diari sistini: i primi 25 anni (1535-1559), Edizioni Psalterium, Roma 1939; CUMMINGS A. M., Toward an Interpretation of the Sixteenth-Century Motet in Journal of the American Musicological Society, vol. 34 no. 1, University of California Press 1981, 43-59; FREY H. W., Das Diarium der sixtinischenSängerkapelle in Rom für das Jahr 1594 in Studien zur italienisch-deutschenMusikgeschichte, IX, Analecta Musicologica 14, Colonia 1974, 445-505; JUNGMANN J. A., The Mass of the Roman Rite, 2 voll., Benziger Brothers, New York 1950; PIRROTTA N., Music and Cultural Tendencies in 15th-Century Italy in Journal of the American Musicological Society, vol. 19 no. 2, University of California Press 1966, 127-161; WRIGHT C., Performance Practices at the Cathedral of Cambrai in The Musical Quarterly, vol. 64, no. 3, Oxford University Press 1978, 295-328.
Approfondimento di lettura:
R. SHERR, The Papal Choir during the Pontificates of Julius II to Sixtus V (1503-1590): an Institutional History and Biographical Dictionary, Fondazione Giovanni Pierluigi da Palestrina, Palestrina 2016.
