di Arianna Radaelli
Francesco Maria Veracini (nato a Firenze nel 1690 e ivi morto nel 1768) è passato alla storia come uno dei più grandi virtuosi del violino della sua generazione, suscitando sia ammirazione per il suo straordinario talento musicale, sia curiosità per il suo temperamento fiero e burrascoso.
Del suo talento si racconta che avrebbe strabiliato Tartini, davanti al quale Veracini si esibì al violino con mirabile padronanza tecnica; del suo carattere intemperante fa fede un tentato suicidio, messo in atto gettandosi da una finestra del palazzo reale di Dresda, in seguito a un contrasto con alcuni colleghi. La sua biografia è ricca di accidenti inusuali, non ultimo un naufragio nella Manica occorso mentre tornava dall’Inghilterra, nel quale andarono perduti i suoi due violini Stainer. Non stupisce quindi che la sua fama sia fortemente legata a questo genere di episodi rocamboleschi, grazie ai quali si è consolidata nell’immaginario collettivo un’idea del personaggio forseintrigante, ma indubbiamente parziale.

Un’attenta analisi dei suoi scritti rivela invece, dietro la facciata del virtuoso «capo pazzo», un letterato che incarna appieno quella complessa figura vitruviana che riecheggia ancora le conquiste in campo umanistico del Rinascimento.
Per tracciare un più completo e veritiero ritratto del Veracini, è dunque necessario consultare l’unico testo che ci ha lasciato, vale a dire il Trionfo della Pratica Musicale, un trattato di contrappunto e composizione giunto a noi in un manoscritto autografo, corredato di esempi musicali. La lettura di quest’opera restituisce, assieme al ritratto dettagliato di un intellettuale dalle conoscenze enciclopediche, anche uno spaccato dell’ambiente sociale e artistico in cui visse.
L’impressione di avere davanti un uomo di grande spessore culturale trova riscontro anche nelle notizie biografiche relative ai suoi studi: sappiamo infatti che la sua istruzione fu curata dal«musico dell’umana espressione» Giovanni Maria Casini, che ai suoi allievi di organo e contrappunto impartiva anche un’eccellente preparazione sulle discipline classiche e umanistiche.
Questo patrimonio culturale, unito a una mente brillante e a uno spirito mordace, genera nel testo del Veracini – alias Marco Serafino Riccanave – un coacervo di riferimenti aulici a compositori, poeti e filosofi, e una infinita serie di aneddoti mitologici, storici o di vita vissuta, indovinelli, giochi di parole eproverbi popolari.
Nel Trionfo, Veracini usa uno stile ridondante e dispersivo, che talvolta sembra sfociare in un puro sfoggio di erudizione: forse il nostro autore, membro devoto dell’Accademia degli Apatisti, si è lasciato un po’ prendere la mano dai vezzi letterari non infrequenti al suo tempo, trasformando il nobile intento di miscere utile dulciin uno sconclusionato saltare da un argomento all’altro. Ne consegue che spesso il contenuto dell’insegnamento musicale passa in secondo piano, oscurato dagli artifici narrativi impiegati. Probabilmente anche per questa prolissità e spesso oscurità del testo, il trattato non è stato mai pubblicato ed è rimasto materia di studio per pochi musicologi.

Tra un contrappunto e l’altro, per rendere ancora più avvincenti lesue lezioni, il Veracini non manca di introdurre dei commenti satirici, ed è proprio qui che si manifesta quello spirito toscano dalla lingua tagliente. La penna del verace violinista infligge duri colpi e tra le vittime troviamo addirittura l’arcinoto compositore Francesco Geminiani, celato sotto il dispregiativo anagramma «Sgranfione Miniacci», che aveva imprudentemente intitolato L’arte della Fuga il secondo movimento del primo dei suoi Concerti grossi op. 7: Veracini definisce questo brano «Fuga Mostruosa» e, battuta per battuta, ne demolisce la struttura contrappuntistica, per insegnare ai suoi lettori come non bisogna assolutamente comporre una fuga.
Accanto alle numerose critiche troviamo anche manifestazioni di stima nei confronti di illustri compositori del mondo musicale del passato e del suo tempo: in particolare emerge una speciale ammirazione per Arcangelo Corelli, che verosimilmente Veracini non conobbe mai di persona ma le cui composizioni studiò ed eseguì per tutta la vita.
Dalle pagine di questo prezioso trattato appare dunque un nuovo volto di Veracini che si contrappone alla più nota immagine romantica del virtuoso; scopriamo un uomo quasi più legato alla tradizione musicale del passato che a quella del periodo galantenel quale è vissuto, e riconosciamo in lui uno degli ultimi esemplari di virtuoso-compositore di vasti interessi anche fuori dal dominio della musica, che hanno professato e praticato l’unione di tutte le arti in un unicum universale nella scia della tradizione rinascimentale.
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