di Maria Antonietta Cignitti
«Elli con ogni artista e filosofo gìo disputando non tanto della sua musica, ma in tutte l’arti liberali, perché di tutte quelle in buona parte erudito sì n’era.» E’ con queste parole che nel Paradiso degli Alberti, Giovannni Gherardi definisce Francesco Landini musicista, letterato e ideatore di strumenti musicali tanto da realizzare uno strumento che chiamò syrena, realizzato con l’unione di un liuto e di un «mezzo cannone», un modello trapezoidale di salterio di origine italiana.

Nato a Fiesole nel 1335 circa, proveniva da una famiglia di artisti essendo il padre il pittore Jacopo da Cosentino, mentre i fratelli Matteo e Nuccio erano rispettivamente pittore e musicista. Perduta precocemente la vista in età infantile, a causa di una infezione dovuta al vaiolo, venne indirizzato agli studi musicali che all’epoca rappresentavano una delle possibili carriere per i non vedenti. Non si conoscono i suoi inizi musicali anche se il Villani afferma che iniziò a cantare quando era ancora un fanciullo. Sicuramente gli studi intrapresi furono molto approfonditi; le testimonianze dell’epoca sono infatti concordi nell’affermare la sua accurata preparazione musicale e letteraria. Fra i suoi scritti oltre ad alcuni testi da lui musicati, compare appunto anche un poema in esametri dedicato al filosofo e francescano inglese Guglielmo di Ockham (1228 – 1349).

Francesco Landini fu organaro, organista e compositore e, intorno al 1365, venne designato a ricoprire la carica di cappellano presso il capitolo di S. Lorenzo, dove figurava anche il compositore Lorenzo di Masino sino alla fine del 1372, anno in cui si colloca la morte di quest’ultimo. Landini si occuperà di questo incarico fino alla sua morte che sopraggiunse il 2 settembre del 1397 a Firenze. Sulla sua lastra tombale, sormontata da due angeli musicanti rispettivamente raffigurati uno con la viella e l’altro con il liuto, c’è un’iscrizione di attribuzione incerta che recita:
Privato della vista, ma dalla mente capace di melodiosi canti, Francesco, il solo che sopra tutti la Musica elevò, qui ha le ceneri, oltre le stelle l’anima
Come è già stato fatto osservare, le attestazioni di stima nei confronti del Landini non si esauriscono nell’epitaffio sulla sua tomba, ma numerose sono le testimonianze che ce lo raffigurano come uno dei musicisti più apprezzati della sua epoca. Filippo Villani, Coluccio Salutati, Cino Rinuccini, Giovanni Gherardi, in diversi modi ma in maniera concorde, testimoniano la sua fama presso i suoi contemporanei e non solo. Lo storico fiorentino Filippo Villani (1325-1407) gli dedicò un capitolo del suo Liber de origine civitatis Florentie et eiusdem famosis civibus benché il musico fosse ancora in vita, affermando che, sebbene cieco, il Landini fosse superiore a tutti i musicisti a lui contemporanei.
Giovanni Gherardi da Prato nella sua opera Il Paradiso degli Alberti, scritta intorno agli anni venti del XV secolo, gli dedicherà una lunga pagina. In questo lavoro Landini è ritratto nella cerchia degli intellettuali che si incontravano presso la casa di Antonio di Niccolò degli Alberti.
Fioriva ancora in que’ tempo Francesco delli Organi, musico teorico e pratico, mirabilcosa a ridire, il quale, cieco quasi a natività, si mostrò di tanto intelletto divino che in ogni parte più astratta mostrava le sottilissime proporzioni de’ suoi musicabili numeri, e quelle con tanta dolcezza col suo organo praticava, che cosa non credibile pure a udilla.
Nella descrizione di Gherardi è di grande rilievo il fatto che egli lo qualifichi come «musico teorico e pratico», unendo così in Francesco quelle competenze che erano ritenute separate dai teorici. Giovanni Gherardi con la sua definizione vedeva così in Landini il superamento di questa divisione, aggiungendo che era anche «in buona parte erudito», tanto da poter competere con gli altri intellettuali in tutte le arti liberali.
Probabilmente la considerazione di cui godeva ha fatto in modo che «Francesco degli organi», così come veniva chiamato, sia stato il compositore medievale italiano di cui ci sono state trasmesse il maggiore numero di opere: 141 ballate, 12 madrigali, una caccia e un virelai, scritti per due e tre voci. I manoscritti che conservano in numero maggiore le sue composizioni sono il Panciatichi 26 della biblioteca nazionale di Firenze, ed il codice Squarcialupi.
La sua notorietà inoltre fece sì che i suoi brani fossero presenti anche in raccolte europee e che gli stessi fossero utilizzati in forma di «cantasi come». Un esempio di questa prassi, ma anche della diffusione della sua musica, lo riscontriamo nel codice abruzzese di Guardiagrele del XV secolo, in cui è presente un Agnus Dei che è il contrafactum della ballata Questa fanciulla, amor.

Fonti e bibl.: F. Alberto Gallo, La polifonia nel Medioevo, EDT, Torino, 1991; Alessandra Fiori, Francesco Landini, L’Epos, Palermo, 2004; Gustave Reese, La musica nel Medioevo, Rusconi, Milano, 1990; Donald Jay Grout, Storia della musica in Occidente, Feltrinelli, Milano, 1984