di Valentina Panzanaro
Salvatore Mazzella
Con la misura giusta per ballare
Una collezione di danze ‘da camera’ o ‘da ballo’?
Salvatore Mazzella deve quel poco di notorietà di cui gode tra gli studiosi di musica del Seicento ad un’unica raccolta a stampa di musica strumentale, dal titolo Balli, correnti, gighe, sarabande, gavotte, brande e gagliarde che pubblicò a Roma presso l’editore Giovanni Angelo Muzi nel 1689, oggi conservata in un unico esemplare a Londra presso la British Library.
Nuove acquisizioni documentarie ci consentono ora di stabilire meglio alcuni dati biografici. Il nome di Mazzella compare probabilmente per la prima volta negli stati d’anime della parrocchia romana dei Santi Apostoli, dove un «R.D. Salvator neapolitanus cappellanus em.mi Pamphilj», identificabile con il nostro musicista che visse nel palazzo detto anche dei Cappuccini vecchi, in via della Dataria, in cui risiedevano i cortigiani del Palazzo Apostolico. Il documento precisa che all’epoca il «rev. d. Salvator neapolitanus» aveva trentatré anni, e doveva dunque essere nato intorno al 1620. Grazie al prezioso testamento, ritrovato solo di recente, sappiamo che Salvatore Mazzella morì a Roma il 12 dicembre 1690, nella sua casa posta nella parrocchia di San Nicola in Arcione.

L’identificazione con Mazzella è resa plausibile anche dalla testimonianza di Athanasius Kircher che nel suo Itinerarium extaticum descrisse un concerto strumentale di un «academicum trium» da collocarsi verosimilmente all’inizio degli anni Cinquanta del Seicento. Come è precisato dall’allievo di Kircher, il gesuita Kaspar Schott in una nota di commento all’edizione tedesca del trattato, il trio era formato da Michelangelo Rossi, Lelio Colista e dal quasi sconosciuto Salvatore Mazzella:«Nomina eorum sunt, Michael Angelus Rossus, Laelius Chorista, Salvator Mazzellus, quos omnes novi. Somnium auctoris [Kircher], de quo in prefatione supra mentionem fecit, contigit, ni fallor, nocte prossima a dicta concertatione.» È probabile dunque, che il contesto del concerto descritto da Kircher vada collocato nell’entourage del cardinale Camillo Astalli poi Pamphilj, dal momento in cui il pontefice Innocenzo X, nel settembre 1650, lo aveva adottato come nipote. La presenza del musicista Michelangelo Rossi, è testimoniata anche da un conto per la riparazione di clavicembali del cardinale Astalli nel 1651. Il cardinale Camillo Astalli, nel breve arco di quattro anni, svolse nella curia romana una importante carriera che si concluse repentinamente per incompetenze amministrative. Il papa lo privò delle cariche e delle rendite, confinandolo a Sambuci, feudo della famiglia Astalli, nei pressi di Tivoli. Dopo l’allontanamento del cardinale Astalli dalla curia romana, il nome di Salvatore Mazzella riappare tre volte: nel 1652 e 1654 censito come ‘D. Salvatore Violino’ nella lista dei musicisti che prestarono servizio con Antonio Maria Abbatini, maestro di cappella presso la chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma. Un’altra volta il nome appare nel 1658 citato come «sig. don Salvatore del violino», identificabile con il nostro musicista, risultando pagato tra i cantanti e gli strumentisti retribuiti per le musiche in occasione della festa di Sant’Agnese dal principe Camillo Pamphilj. L’opera è dedicata al cardinale Fulvio Astalli, nipote del noto Camillo, come omaggio «per la promotione della porpora», segno del duraturo legame del musicista con la famiglia di antica nobiltà romana.

I Balli di Mazzella costituiscono un caso singolare nel panorama musicale romano, dal momento che non conosciamo altre raccolte che presentino un simile contenuto, sia per stile sia per forma. L’opera, di 44 pagine numerate, si presenta in partitura per violino e basso continuo. I brani raccolti nell’opera sono raggruppati dal compositore in otto Balli e in cinque partite sopra Folia, Tarantella, Passacagli e due Ciaccone. Ogni Ballo è articolato secondo lo schema di una suite comprendente cinque movimenti bipartiti di danza nella stessa tonalità: al Ballo (o Balletto) che funge da preludio seguono corrente, giga o «gagliarda per ballare», sarabanda, «minuetta» [sic] e/o gavotta. Almeno la metà dei brani reca un’indicazione agogica: i Balli sono articolati secondo uno schema tripartito: Largo- Presto-Largo.
Nella storiografia musicale il termine ‘ballo’ è genericamente inteso come sinonimo di danza, come si evince dai manuali coreutici di fine Cinquecento e primo Seicento. I Balli di Mazzella rientrano, tuttavia, in quella tipologia detta pure Balletto, molto comune nelle raccolte di musica strumentale degli anni Sessanta-Settanta di compositori come Vitali, Bononcini, Colombi e Uccellini, che Allsop ha sinteticamente definito Brando suite. All’epoca il termine balletto sembra essere alternativo a quello di sinfonia o sonata da camera, per indicare composizioni formate da gruppi di danze, come si riscontra in diverse raccolte a stampa.

Lo stile di Mazzella si discosta nettamente da quello di altri violinisti attivi a Roma, come Mannelli o Corelli, entrambi concentrati sul genere della sonata. Non allineato con i più aggiornati sviluppi del linguaggio strumentale coevo, Mazzella sembra preferire una via personale, proponendo il collaudato modello della suite di danze strumentali. Va ancora una volta rilevato che la sua attività compositiva fu verosimilmente legata alle esigenze ‘domestiche’ di alcune corti aristocratiche, e dunque profondamente diversa da quella esercitata ‘pubblicamente’ da un virtuoso, che considerava la pubblicazione a stampa come mezzo necessario per consacrare i saggi di una maestria, che altrimenti sarebbe stata confinata «nell’estemporaneità dell’esecuzione».
Rif. Bibl: Valentina Panzanaro, «Con la misura giusta per ballare». Salvatore Mazzella e i suoi Balli (1689), «Recercare», XXX/1-2, 2018, pp. 97-121.
Claudio Sartori, Bibliografia della musica strumentale italiana stampata in Italia fino al 1700, Firenze, Olschki, 2 voll., i, 1952, pp. 549–550, scheda 1689a. Athanasius Kircher, Itinerarium extaticum, quo mundi opificium […], Roma, Vitale Mascardi, 1656; cit. in Helene Wessely-Kropik, Lelio Colista, un maestro romano prima di Corelli, a cura di Antonella D’Ovidio, Roma, Ibimus, 2002, pp. 27–29. Antonella D’Ovidio, Alle soglie dello strumentalismo corelliano: Colista, Lonati, Stradella, Mannelli. Studio storico e analitico ed edizione critica delle Sonate a tre, Università degli Studi di Pavia, tesi di dottorato di ricerca, 2004; ead. «Sonate a tre d’altri stili». Carlo Mannelli violinista nella Roma di fine Seicento, «Recercare», xix, 2007, pp. 147–204. Arnaldo Morelli, Rossi, Michelangelo, voce DBI, p. 678
Gaspare De Caro, Astalli, Camillo, in DBI; http://www.treccani.it/biografico/index.html